Wednesday, October 14, 2009

Basta disinformazione, professor Garattini!

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Lettera aperta all’Istituto di Farmacologia “Mario Negri”, alla Società Italiana di Farmacologia e ai principali organi di informazione italiani

di Simonetta Bernardini - Presidente SIOMI

Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata

L’antefatto. La cronaca di questi giorni ci sta ricordando la storia di un bimbo di sei anni affetto da fibrosi cistica, morto tre anni fa forse (ma questo dovrà appurarlo la magistratura) per errori terapeutici. Nella vicenda apprendiamo essere coinvolto un medico esperto in medicina ayurvedica. Il Prof. Garattini, nei suoi commenti sui giornali e alle televisioni, non ha perso occasione per fare di tutta l’erba un fascio, accomunando la medicina ayurvedica e quella omeopatica e classificando l’omeopatia come una medicina alternativa, priva di evidenze scientifiche. Ma cosa c’entra in questa dolorosa vicenda l’omeopatia?

Quando un medico della medicina ufficiale (convenzionale, classica o biomedicina come la si voglia definire) sbaglia, a sbagliare è il medico non la medicina. E questo purtroppo succede più di quanto si pensi. I medici americani sono molto più onesti, ammettendo che la medicina ufficiale e i suoi errori terapeutici e gli effetti mortali dei suoi farmaci costituiscono la terza causa di morte dei pazienti americani. E questo fa 750.000 morti l’anno. Statistiche che il Professore sicuramente conosce.

Quando un medico (e questo oltretutto ci risulta accada molto raramente) delle medicine complementari sbaglia, a sbagliare secondo Garattini non sarebbe neanche il medico. E’ sbagliata la medicina, la si deve buttare via, la si bruci sui roghi, la si esponga al pubblico linciaggio. Non solo: già che ci siamo approfittiamo di un triste fatto di cronaca, di un eventuale caso di malpractice della medicina, per buttarcele tutte sul rogo, in primis l’omeopatia, tutte le medicine che Garattini vorrebbe “alternative” alla biomedicina. Tutto da buttare? Secondo Garattini, si. Non importa se esse sono difese finanche dalla organizzazione Mondiale della Sanità, se sono medicine ufficiali in molte parti del mondo, se sono erogate dai servizi sanitari pubblici, se sono a disposizione negli ospedali, se la letteratura scientifica ne conferma l’efficacia. Sarebbe questa la corretta informazione da parte di un Ente che ha il dovere di informare ma certo non il diritto di disinformare?

Garattini afferma che “quando gli studi sono fatti bene si dimostra che in questi farmaci non c’è nessuna efficacia”. Non solo questo non è vero, ma quanti studi “fatti bene” hanno dimostrato l’efficacia di farmaci della biomedicina dei quali si è poi dimostrata, viceversa, l’inefficacia? Dei quali poi si sono contate, purtroppo anche a migliaia le vittime?

In nome di una corretta informazione la Società Italiana di Omeopatia e medicina Integrata ribadisce, ancora una volta, i concetti su cui basa una corretta visione di Medicina Integrata.

La SIOMI associa più di 1300 medici esperti anche in omeopatia, il 75% di essi lavora nel servizio pubblico, in Università, negli ospedale, nella pediatria e medicina di famiglia. Questi medici hanno scelto di avvalersi anche delle terapie omeopatiche poiché la biomedicina da sola non basta a curare le persone ammalate. Se fosse bastata, nessuno di loro avrebbe avuto bisogno di cercare ulteriori strumenti di cura. I cittadini che ricorrono all’omeopatia in Italia sono più di nove milioni di persone e più del 90% di essi (dati ISTAT) dichiarano di essere soddisfatti dei risultati. Se la biomedicina avesse risolto i loro mali non avrebbero cercato altre opportunità terapeutiche.

La pratica della medicina omeopatica deve essere affidata a medici preparati i quali devono utilizzarla a fianco della biomedicina, nei casi in cui essa si è dimostrata utile a migliorare le possibilità di guarigione dei cittadini e a diminuire gli effetti collaterali dei farmaci chimici. Questo atteggiamento del medico non ha niente di alternativo, infatti si parla, più opportunamente, di medicine complementari e di Medicina Integrata. Nel modello di Medicina Integrata promosso da dieci anni in Italia dalla SIOMI la medicina non deve privare i cittadini di farmaci salvavita e di ogni strumento diagnostico e terapeutico frutto del progresso scientifico, ma essa non deve ignorare altre tecniche terapeutiche complementari, e questo nell’interesse dei cittadini, con il fine ultimo di migliorare le opportunità di cura e di guarigione delle tante malattie croniche nei confronti delle quali la biomedicina dispone purtroppo di strumenti spesso inappropriati e inefficaci.

Non è vero, come vorrebbe far credere il prof. Garattini che la medicina omeopatica non ha evidenze di efficacia. Le conferme di efficacia sono sempre di più ed è ora che a queste ricerche vengano finalmente destinati adeguati finanziamenti. La rivista internet “Omeopatia33″ che SIOMI gestisce per l’Editore Elsevier (lo stesso editore per cui scrive il prof. Garattini) recensisce settimanalmente le evidenze di efficacia delle cure omeopatiche provenienti dalle ricerche internazionali.

Sulle medicine complementari non è più il tempo dei dialoghi fra sordi: si apra il Mario Negri ad un confronto culturale aperto, onesto e non preconcetto, poichè la guerra tra medicine, se è utile a chi avesse a cuore la difesa di un potere dominante in medicina, certamente non è utile alla salute dei cittadini.

Simonetta Bernardini
Presidente SIOMI
Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata

Sito internet: www.siomi.it
E-mail: s.bernardini@siomi.it


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Monday, September 7, 2009

LA TEORIA DELL’ORIGINE VIRALE DELLE MALATTIE

Ringrazio Gianluca Freda per l’ottima traduzione di questo articolo fondamentale, che smonta uno dei principali miti della scienza contemporanea. 

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LA TEORIA DELL’ORIGINE VIRALE DELLE MALATTIE

di Arthur M. Baker

Estratto da Exposing the Myth of the Germ Theory

a cura del College of Practical Homeopathy, 2005

Traduzione di Gianluca Freda 

[…]

In origine la parola “virus” significava veleno e il termine “virulento” voleva dire velenoso. Oggi intendiamo per virus una entità submicroscopica e “virulento”, in generale, significa contagioso. La medicina moderna utilizza il termine “virus” per indicare una microscopica forma di vita capace di infettare le cellule e a cui viene pertanto attribuita la responsabilità di molte delle nostre malattie.

Nell’immaginario popolare, il virus è una forma di vita in grado di parassitare ogni altra forma di vita, inclusi gli animali, le piante e i saprofiti (funghi e batteri).

Nella descrizione delle infezioni virali, ai virus vengono attribuiti comportamenti quali “iniettarsi”, “incubare”, “essere in latenza”, “invadere”, avere uno “stadio attivo”, “impadronirsi”, “riattivarsi”, “mascherarsi”, “infettare”, “assediare” ed essere “devastanti” e “mortali”.

La teoria medica convenzionale sostiene che i virus nascono da cellule morte che essi stessi hanno infettato. Il virus “si inietta” nella cellula e le “ordina” di riprodurlo, fino al momento in cui la cellula esplode per lo sforzo. I virus sono a questo punto liberi di cercare altre cellule in cui ripetere il processo, infettando così l’intero organismo.

Tuttavia i virologi ammettono che i virus, pur avendo natura peculiarmente organica, non possiedono metabolismo, non possono essere replicati in laboratorio, non possiedono alcuna caratteristica degli esseri viventi e, in realtà, non sono mai stati osservati vivi!!

 

I “virus vivi” sono sempre morti                                                                                                                                              

Il termine “virus vivo” indica semplicemente quei virus creati dalla coltura di tessuti viventi in vitro(cioè in laboratorio), dai quali si possono ottenere trilioni di virus. Ma proprio qui sta il punto: anche se alcune colture da laboratorio vengono tenute vive, nel corso del processo si verifica un massiccio ricambio cellulare ed è dalle cellule morenti che vengono ottenuti i “virus”. Essi sono comunque morti o inattivi, poiché non possiedono né metabolismo né vita e non sono altro che molecole di DNA e proteine.

I virus contengono acido nucleico e proteine, ma mancano di enzimi e non possiedono una vita propria poiché mancano dei prerequisiti fondamentali della vita, e cioè dei meccanismi di controllo metabolico (che perfino i batteri “inferiori” possiedono). Il Guyton’s Medical Textbook riconosce che i virus non hanno nessun sistema riproduttivo, nessuna capacità di locomozione, nessun metabolismo e non possono essere riprodotti in vitro come entità viventi.

 

Il legame con i mitocondri 

Poiché i “virus” non sono vivi, essi non possono agire in nessuno dei modi che vengono loro attribuiti dalle autorità mediche, tranne che come unità funzionali del nostro normale materiale genetico all’interno del nucleo cellulare o del nucleo mitocondriale interno alla cellula.  

I mitocondri sono organismi viventi, uno dei molti diversi organelli (piccoli organi) presenti all’interno delle cellule del nostro corpo. I mitocondri hanno grosso modo la dimensione dei batteri e sia gli uni che gli altri possiedono un proprio DNA e un proprio metabolismo.

I mitocondri metabolizzano glucosio ricavandone molecole di ATP, che sono energia pronta per l’uso a cui il corpo può attingere quando ce n’è bisogno. Cosa ha a che fare questo con i “virus” in quanto tali? Tutto, come capirete fra un momento.  

Chiunque abbia studiato citologia (struttura delle cellule) sa bene che la stragrande maggioranza delle forme di vita presenti all’interno della cellula è rappresentata dai mitocondri, i creatori della nostra energia.

I semplici protozoi monocellulari possiedono al proprio interno fino a mezzo milione di mitocondri. Le cellule umane ne hanno meno: dalle poche centinaia presenti nelle cellule sanguigne ai 30.000 e più delle cellule dei tessuti muscolari maggiori. Poiché l’intero corpo umano possiede dai 75 ai 100 trilioni di cellule, ciascuna delle quali contiene, mediamente, migliaia di mitocondri, devono esserci quadrilioni o quintilioni di mitocondri all’interno del nostro sistema.

Quando una cellula muore, essa viene rimpiazzata da una cellula figlia nata dal processo della mitosi, mentre la cellula esausta viene disintegrata dai lisosomi, i potenti enzimi intracellulari autodistruggenti e autodigerenti, che frammentano i componenti cellulari in particelle ultra-minute affinché il corpo possa prontamente riciclarle o espellerle come scarti.

Ogni giorno, da 300 milioni fino a oltre mezzo trilione di cellule del nostro corpo muoiono (a seconda del nostro livello di tossicità) e ognuna di esse contiene in media dai 5.000 ai 20.000 mitocondri. Quando le cellule muoiono esse vengono autodistrutte dai loro stessi lisosomi, ma i nuclei e i genomi dei mitocondri sono protetti assai meglio rispetto ad altri organelli e protoplasmi cellulari e spesso non si decompongono completamente.

Genomi e nuclei sono microscopici contenitori di informazioni genetiche, consistenti in DNA o RNA che agisce come centro di controllo e immagazzinamento del “progetto” stesso della cellula. In quanto tali essi sono per i mitocondri e le cellule ciò che il cervello è per il nostro corpo. Ogni cellula e ogni mitocondrio contengono questo materiale genetico che è la zona più protetta della cellula (grazie alla sua guaina proteica a doppi lipidi), proprio come il nostro sistema nervoso è la parte più vitale e protetta della nostra fisiologia (grazie alla colonna vertebrale e al cranio). Alla morte della cellula i mitocondri vengono frammentati dai lisosomi, ma non sempre in modo completo, a causa della loro doppia membrana protettiva. Ed è qui che la spiegazione diventa interessante.

Secondo il Guyton’s Textbook of Medical Physiology un virus può definirsi come una parte minuta di materiale genetico (detto genoma) le cui dimensioni equivalgono a circa un miliardesimo di quelle della cellula. Il genoma è circondato da una protettura detta capside che è di solito una guaina proteica a doppi lipidi ed è composta di due membrane (quasi identiche alla membrana cellulare) che, per inciso, rappresentano l’ossatura stessa del nucleo mitocondriale.

Le foto dei “virus” scattate col microscopio elettronico mostrano che le loro membrane sono irregolari e frastagliate, a volte semplici porzioni di uno strato, a volte di uno strato e di parte del secondo, il che concorda con l’azione autodigerente dei lisosomi, nel momento in cui il loro lavoro di frammentazione delle scorie cellulari è ancora parziale e incompleto. Pertanto, questa descrizione di un “virus” è virtualmente identica a quella di ciò che resta dei genomi dei mitocondri cellulari.

In breve, i virus sono resti di materiale vivente e alcuni testi di fisiologia ipotizzano che essi siano il residuo di cellule esauste. I lisosomi che disintegrano la cellula morta a volte non riescono a frammentare questi “virus”, circondati dalla membrana protettiva a doppi lipidi.

E’ sorprendente che i ricercatori non riescano a riconoscere questi corpi per ciò che sono in realtà: generico materiale mitocondriale esausto, soprattutto frammenti di DNA e RNA.

 

I “virus” non sono microrganismi

Anche se le autorità mediche attribuiscono erroneamente a questi inerti residui cellulari il carattere della vita e della malignità, i microbiologi riconoscono che i virus sono in realtà frammenti morti di DNA rivestiti di una membrana lipido-proteica, pur non riuscendo a comprendere la loro origine.

In realtà i genomi sono meccanismi di controllo, ma non microrganismi come l’establishment medico vorrebbe farci credere, e questi cosiddetti “virus” non sono altro che frammenti senza vita di generico materiale mitocondriale. Per questo motivo i virus non possono provocare malattie, a meno che non si accumulino come impurità che inquinino le cellule, i tessuti e la circolazione nel corso del ricambio cellulare.

I virus sono quindi genomi morti, provenienti da cellule disintegrate, la cui membrana cellulare non è stata completamente frammentata dai lisosomi. I genomi non presentano alcuna caratteristica di vita e sono semplici particelle di materiale acido nucleico, di norma riciclati attraverso la fagocitosi o espulsi come scorie.

Le fotografie dei presunti virus che “si iniettano” all’interno della cellula mostrano in realtà la cellula che letteralmente inghiotte il virus o scoria proteinacea. Si forma allora un’incavatura, detta invaginario, e il materiale organico viene circondato dalla sostanza cellulare che poi si richiude, formando uno “stomaco” improvvisato, in cui il virus scompare. Lo “stomaco” si riempie allora di potenti enzimi lisosomici che digeriscono il materiale organico, frammentandolo in amminoacidi o acidi grassi per il riciclaggio o l’eliminazione. 

Questo processo è una caratteristica della fisiologia cellulare nota come fagocitosi (letteralmente “divorazione di cellule”); è un normale processo di ingestione cellulare e digestione enzimatica di batteri, scorie di tessuti e altre cellule erratiche.

I virus non sono altro che materiale organico inerte, completamente privo di qualsiasi caratteristica di vita e che nessuno ha mai visto in azione. Le fotografie che asseriscono di mostrare i virus in azione sono vere e proprie frodi: ciò che mostrano in realtà è un ordinario processo fisiologico di fagocitosi che avviene innumerevoli volte ogni giorno all’interno del corpo.

E’ da ricordare che secondo i testi di virologia e microbiologia i virus presentano le seguenti caratteristiche, che sono incompatibili con la vita:

1) I virus non possiedono metabolismo. Non possono elaborare il cibo o il nutrimento e dunque non possiedono strumenti per formare energia. Sono solo un contenitore, o schema di informazioni, come lo sono i genomi.

2) I virus non possiedono alcun tipo di capacità di movimento. Non hanno un sistema nervoso, né un apparato sensorio, né un’intelligenza che possa in qualche modo coordinare movimenti o  “invasioni del corpo” di qualsiasi natura.

3) I virus non possono replicarsi: essi dipenderebbero interamente dalla “riproduzione obbligata”, vale a dire la riproduzione attraverso un organismo ospite, cosa assolutamente inaudita in ogni altro campo della biologia.

 

Riproduzione Obbligata

Nelle spiegazioni che i medici forniscono sulle cause delle infezioni virali, ci viene chiesto di credere alla riproduzione obbligata, in cui un organismo (la cellula) viene costretto a riprodurre un organismo alieno (il “virus”). Tuttavia non esiste in natura nessun esempio di esseri viventi che riproducano qualcosa di non appartenente alla propria specie.

Non dimentichiamo che il rapporto tra le dimensioni del virus e quelle della cellula è di circa un miliardesimo. La spiegazione offerta dalla teoria virale delle malattie ci domanda di credere che il virus si inietti all’interno della cellula e le ordini di riprodurre il virus centinaia di migliaia di volte, finché la cellula esplode. Ma anche nel momento in cui il virus “si riproduce” la sua massa complessiva rimane comunque meno di 1/100 dell’uno per cento della massa della cellula. E’ come dire che se voi vi iniettaste mezzo grammo di una sostanza, essa potrebbe provocare una tale pressione interna da farvi esplodere!

Solo i microrganismi viventi sono in grado di agire e di riprodursi, e ciò avviene sotto il diretto controllo del nucleo, genoma o “cervello”. I cosiddetti “virus” non sono che residui di entità un tempo organicamente funzionanti, la cui struttura genetica ha con esse la stessa relazione che una testa ha col corpo; attribuire ai virus una qualsiasi attività è più o meno come attribuire delle azioni alla testa decapitata di un cadavere!

 

I virus sono dannosi solo se si accumulano come scorie

Il nostro sangue e i nostri tessuti possono venire saturati da questi materiali di scarto generati internamente, proprio come avviene con le sostanze inquinanti ingerite dall’esterno. L’intossicazione si verifica nel momento in cui queste scorie sovraccaricano il corpo al di là delle sue capacità di espellerle.E’ vero che i virus provocano malattie, ma solo in quanto scorie tossiche. In questo senso i “virus” sono sì responsabili di varie patologie, ma non certo in quanto agenti di contagio. Ricordiamo che batteri, germi e virus non comunicano tra loro né possono agire di concerto e sono del tutto incapaci di condurre operazioni congiunte come quelle di un esercito o di un gruppo di assalitori. Essi sono privi dell’intelligenza e delle risorse richieste per governare il processo patologico. Solo il corpo è in grado di dare inizio a un tale processo risanante, poiché il corpo è la sola entità intelligente unificata in grado di condurre quei processi fisiologici che vengono chiamati “malattie”.

 

Evitare le infezioni attraverso una vita sana

Il Boyd’s Medical Textbook afferma che molte persone sane avrebbero in incubazione il virus senzasviluppare le particolari patologie di cui il virus dovrebbe essere causa, e che questo influsso debilitante sarebbe in grado di sopraffare le funzioni protettive del corpo “permettendo ai virus di usurpare le attività biologiche all’interno della cellula”.

Più specificamente, secondo la teoria medica, affinché un parassita o virus possa essere patogeno esso deve rispondere a tre criteri:

1) Deve essere biochimicamente attivo, cioè deve possedere una capacità metabolica per poter condurre un’azione;

2) Dovrebbe poter intossicare o infettare più cellule ospite di quanto il corpo di un animale o di un uomo sia in grado di proteggere o rigenerare. Ad esempio, potrete prendervi l’influenza solo se il virus uccide o infetta una porzione significativa delle vostre cellule polmonari; la poliomelite se il virus infetta un numero sufficiente delle vostre cellule nervose; o l’epatite se il virus assume il controllo di una larga porzione delle cellule del vostro fegato (le infezioni latenti sono invece quelle che coinvolgono una piccola percentuale delle nostre cellule, com’è il caso della tubercolosi, che molti di noi hanno senza neppure accorgersi di averla).

3) L’ospite deve essere geneticamente e immunologicamente permissivo. Deve accettare l’elemento patogeno e non deve esserne “immune”. In altre parole, deve “lasciar fare”.

Gli esseri umani sono sempre “infetti” di “virus” e batteri, poiché essi sono presenti nel nostro corpo in qualsiasi momento. Per questo motivo non si può affermare che essi “invadano” l’ospite. Le malattie non sono infezioni; sono piuttosto processi di purificazione del corpo e non sono provocate da batteri o da “virus”.

Né i “virus” né i batteri possono causare la malattia/processo risanante. Il vero responsabile è lo stile di vita biologicamente scorretto dell’ammalato. Quando le abitudini debilitanti vengono abbandonate, non vi sarà ulteriore accumulo di scorie tossiche e il corpo non avrà più bisogno di mettere in moto i processi di guarigione/malattia. La buona salute ne sarà il naturale risultato.

 

I farmaci sono controproducenti

Per uccidere virus e batteri e dare al corpo la possibilità di rimettersi, i medici credono di dover somministrare dei farmaci. Credono anche che la medicina sia d’aiuto nella guarigione. I farmaci, in effetti, uccidono i batteri, ma sono altrettanto dannosi ad ogni altra forma di vita metabolica, cellule umane incluse.

L’utilizzo di farmaci e di medicine alle erbe ostacola gli sforzi di detossificazione che il corpo conduce, rappresentando per il sistema una minaccia addizionale oltre alle sostanze nocive che il corpo va espellendo attraverso il processo di malattia. Eliminare le nuove sostanze dannose che vengono ingerite assume la precedenza sull’eliminazione di quelle che stanno alla base della crisi risanante. La prassi medica di uccidere i germi con farmaci, antibiotici, antinfiammatori o di sopprimerne l’attività con appositi sieri è la causa della crescente degenerazione della popolazione e di malattie iatrogeniche. Le malattie acute sono in grado di auto-limitarsi, commisuratamente allo sforzo necessario per liberare l’organismo dalle sostanze dannose. Il lavoro condotto dai batteri-spazzini durante il processo della malattia è al tempo stesso debilitante e fastidioso per l’ospite, ma è di vitale necessità per la preservazione della vita e della salute.

Quando il processo di detossificazione è stato completato, i sintomi della malattia scompaiono e l’organismo torna ad utilizzare le proprie energie per i compiti ordinari. La forza, allora, torna a fluire nelle estremità. Il corpo, benché indebolito dallo sforzo reso necessario per contrastare le sue condizioni di tossicità, riacquista le proprie energie e la vitalità funzionale e si riprende senza che sia necessario alcun trattamento. Quando la crisi risanante è stata completata, il recupero ha inizio.

 

L’illusione del contagio

La gente è stata educata ad essere terrorizzata dai batteri e dai virus e a credere implicitamente nell’idea del contagio: e cioè che specifiche entità patogene, aggressive e maligne, siano in grado di passare da un ospite all’altro. “Contagio”, nella definizione medica, è la trasmissione della malattia per contatto: una malattia infettiva può essere comunicata per contatto da una persona che ne è affetta o attraverso un oggetto che essa ha toccato. Il dizionario a questo proposito parla di “virus o altri agenti infettivi” o di “qualcosa che funga da tramite per la trasmissione della malattia con mezzi diretti o indiretti”.

Il “contagio”, tuttavia, è uno dei miti della medicina, poiché le scorie tossiche non possono essere trasmesse da un corpo all’altro attraverso il normale contatto. Le malattie contagiose sono un’invenzione, poiché nessuno può passare ad altri la sua malattia, non più di quanto possa trasmettere la propria salute. Qualcosa di simile al contagio sembra avvenire quando una persona in condizioni gravemente tossemiche viene messa a contatto con un’altra che si trovi in una situazione similare, attivando in questo modo una crisi risanante.

 

Ciò che accade in realtà

I batteri o i germi di questi individui vengono stimolati ad agire da quegli elementi devitalizzati su cui i batteri prosperano. Quando vengono trasferiti alle membrane mucose o ai tessuti di un’altra personaegualmente tossemica, è possibile che i batteri inizino immediatamente ad agire come fanno nell’organismo portatore, se vi è una quantità adeguata di prodotti della decomposizione su cui le colonie batteriche possano impiantarsi e prosperare.

Ma l’esistenza di un ambiente inquinato è prerequisito affinché tale azione batterica possa verificarsi.  

Un individuo in salute, con un flusso sanguigno incontaminato e relativamente puro, non avrà quindi alcun motivo di temere le “malattie contagiose”.

Di norma, non è possibile trasmettere ad altri il proprio carico di tossicità, a meno che esso non venga estratto dal nostro corpo (come accade nelle donazioni di sangue) e poi iniettato ad un’altra persona (ad esempio con una trasfusione). In questo caso può verificarsi un contagio medicamente indotto o malattia iatrogenica, che non ha però nulla a che fare con quelli che si verificano nell’ambito dei naturali processi biologici della vita. E’ questa la reale spiegazione di ciò che chiamiamo “contagio”. Il germe attiva, affretta o sollecita il processo di malattia in coloro che sono già tossemici. Ma per coloro che non lo sono, il contagio non funziona e non può verificarsi finché il corpo si mantiene puro, poiché è la contaminazione del sistema che prepara l’organismo per le “epidemie”, a causa della nostra incapacità di mantenere fluidi e tessuti corporei puliti e non inquinati.

 

Le vere cause e i veri fattori del “contagio”

In realtà il cosiddetto “contagio” non esiste, poiché gli unici agenti in grado di produrre malattie sono le abitudini nocive come l’abuso di alcool, caffè, sigarette, farmaci, cibi-spazzatura, cibi raffinati, scarsità di riposo, mancanza di esercizio e di luce solare, ecc.

Sono le abitudini di vita sbagliate che generano le malattie che vediamo diffuse tra la popolazione. Non c’è nessun “insetto che gira”: è ciò che facciamo al nostro corpo che distrugge le sue necessità sistemiche.

 

La “predisposizione” rivisitata

Il concetto di “contagio” è strettamente correlato a quello egualmente erroneo di “predisposizione”: si crede infatti che un’”epidemia” risulti “contagiosa” solo se l’individuo vi è “predisposto”. Questa affermazione medica è in realtà un’ammissione che non sono i germi a provocare le malattie. Se così fosse, chiunque venisse esposto ad essi si ammalerebbe della stessa malattia.

In realtà una persona “predisposta” è una persona che possiede un alto livello di tossicità dell’organismo, insieme alla vitalità sufficiente a condurre il processo di malattia/purificazione. Tali individui possono ammalarsi in qualsiasi momento, che vengano o no esposti al “contagio”.

Se individui sani riescono a conservare la loro salute anche nel bel mezzo di “malattie epidemiche”, risulta evidente che la teoria del contagio è sbagliata. La parte dell’organismo più sovraccarica di tossine è quella in cui si manifestano per primi i sintomi della malattia, ma l’effetto complessivo è sistemico, poiché tutti gli organi e le ghiandole del sistema subiscono danni a differenti livelli.

 

Quali sono le vere “epidemie”?

Inoltre, le malattie più comunemente diffuse non sono neppure contagiose. Oltre il 90% degli americani soffre di placche arteriose, ma questa non è considerata una malattia contagiosa (mentre l’AIDS, che viene considerato epidemico, interessa solo 1/10.000 della popolazione!!!). L’obesità è forse considerata contagiosa? Eppure affligge una persona su tre. E la costipazione? Affligge il 90% della nostra popolazione.

E i problemi alla vista, che affliggono due persone su tre, sono forse considerati contagiosi? Lo stesso si può dire delle patologie dentarie, della pressione sanguigna anomala, delle emicranie, dei problemi alla schiena, ecc., tutte patologie estremamente diffuse. Più di metà degli americani soffre di problemi cardiovascolari, ma sono forse considerati contagiosi? La malattia più temuta in assoluto è il cancro. E’ forse contagiosa? L’artrite colpisce più persone che non l’herpes. E’ forse contagiosa? E che dire dell’asma o dell’acne?

Prendiamo come esempio i raffreddori. Come mai i bambini prendono fino a otto raffreddori all’anno, mentre i genitori molti di meno? Come mai le persone che si trovano isolate negli osservatori al Polo Nord o Sud “si prendono” lo stesso il raffreddore durante la loro permanenza? Come mai negli anni 1965-67 i laboratori del National Institute of Health di Bethesda, nel Maryland, condussero sperimentazioni sulle influenze che non mostrarono alcuna prova che esse fossero dovute a contagio?

Ad alcuni volontari vennero iniettati ogni giorno i presunti “virus” dell’influenza, prelevati a coloro che ne soffrivano, ma nessuno di essi si ammalò. Ci furono più casi di influenza nel gruppo di controllo. Contemporaneamente, subito dopo la tradizionale Festa del Ringraziamento, il numero di ammalati in entrambi i gruppi ebbe un picco improvviso, come è lecito aspettarsi quando vengono consumati cibi e bevande eccessive durante una festività.

Anche le malattie veneree sono considerate contagiose. Ma in realtà i cosiddetti fattori di contagio (batteri) sono presenti in quanto effetto della malattia, senza esserne né la causa né il presupposto (il 20% di coloro che soffrono di malattie veneree non rivelano presenza né del gonococco né degli spirocheti che dovrebbero provocarla).

La Marina degli Stati Uniti condusse esperimenti in cui si evidenziava che le cosiddette “persone infette” non potevano infettare chi era definito “in salute”. In Giappone prostitute “infettate” hanno avuto relazioni sessuali con molti militari senza che nessuno di essi contraesse la malattia. Allo stesso modo molti individui presentano “infezioni” nella zona genitale senza mai aver avuto contatti con nessuno (ad esempio nei casi che riguardano i bambini). Il concetto di “contagio” è medicamente indimostrato, nonostante le apparenze del contrario.

 

Conclusione

Le cosiddette “malattie contagiose” come l’AIDS, le malattie veneree, il piede dell’atleta, non sono più contagiose di qualsiasi altra malattia. Ma ad alcuni interessi commerciali è utile che la gente creda che lo siano.

Fondamentalmente, l’accettazione della teoria del contagio presuppone l’accettazione della teoria dei germi come causa delle malattie: e cioè che specifici batteri o “virus” possano produrre i sintomi di malattie specifiche. Questa teoria è stata più volte dimostrata erronea in campo scientifico, e perfino Pasteur ammise la sua insostenibilità.

Nonostante ciò, la teoria dei germi e la teoria del contagio continuano ad essere propagandate dal moderno sistema medico, il cui prestigio, i cui profitti e il cui potere dipendono largamente dalla fiducia in questa assurda teoria.

In sostanza, la popolazione crede a ciò che l’establishment medico vuole che creda. La teoria del contagio serve a tenere alta la domanda di farmaci e di cure mediche e ospedaliere.

Se conducete una vita sana, probabilmente non vi ammalerete mai. Le malattie sono provocate solo da abitudini di vita improprie. Non dimenticate che solo le industrie mediche, ospedaliere e farmacologiche sostengono che la salute si possa recuperare somministrando farmaci velenosi. Questo è probabilmente uno dei più spaventosi semi delle malattie “contagiose”. In conclusione, se i germi hanno un qualche ruolo nel provocare malattie, esso non è un ruolo primario, ma solo secondario, in subordine a quei fattori che abbassano la nostra resistenza o mettono a rischio la nostra salute. Una vita sana è, in ogni caso, la migliore assicurazione contro qualsiasi malattia.

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Friday, July 31, 2009

IL METODO DI RESPIRAZIONE BUTEYKO

METODO DI RESPIRAZIONE BUTEYKO

Contro asma, ipertensione, attacchi di panico ed altre malattie.

Respiriamo decine di migliaia di volte al giorno e non possiamo sopravvivere più di qualche minuto senza respirare. E’ chiaro quindi che il modo in cui effettuiamo queste respirazioni (diaframmatiche? toraciche? riempiendo interamente i polmoni o solo a metà ecc.) ha conseguenze molto importanti sulla nostra salute. Se però si chiede agli “esperti” quali siano queste conseguenze e quale sia il modo migliore di respirare ci si sente rispondere in uno di questi due modi:

1) dobbiamo respirare riempiendo bene i polmoni ed introducendo la maggior possibile quantità di ossigeno.

2) L’organismo sa da solo come regolare il ritmo respiratorio, automaticamente, in modo ottimale; non dobbiamo quindi interferire e provare a cambiarlo.

La situazione reale non è invece quella che viene in genere rappresentata, con l’ossigeno nella parte del “buono” e l’anidride carbonica nella parte del “cattivo”; quello che conta è invece il giusto rapporto tra ossigeno ed anidride carbonica e tra ossigeno e CO2 e meccanismi antiossidativi (ci si riferisce ai danni provocati dai radicali liberi, prodotto dell’ossidazione, frutto appunto della presenza d’ossigeno).



Come fare affinché vi sia questo giusto rapporto? Occorre evitare la “malattia da eccesso di respirazione” scoperta dal dr. Buteyko ed occorre per questo riaddestrare, con il metodo Buteyko, i meccanismi respiratori con degli esercizi pratici; non è vero infatti che il nostro modo naturale ed automatico di respirare sia sempre il migliore. Molti fattori possono intervenire e provocare sfasamenti nei riflessi respiratori automatici. 



 

2)Il DR. BUTEYKO (1923-2003). CHI ERA? COSA HA SCOPERTO E PROVATO?


Konstantin Pavlovich Buteyko, nato in Ucraina, al suo rientro dalla guerra si iscrisse alla Facoltà di medicina dell’Università di Mosca, dove iniziò a lavorare nel gruppo di terapia clinica guidato dall’Accademico Evgeniy M. Tareiev. Nel corso di questo lavoro gli venne dato l’incarico di controllare i ritmi respiratori dei pazienti, ed egli passò centinaia di ore ai loro capezzali, ascoltandone la respirazione, ed osservò che la morte dei malati era sempre preceduta, con notevole anticipo, da un aumento della intensità della respirazione. Tanto che egli divenne in grado di predire, con stupefacente precisione, l’avvicinarsi della morte in base a quest’unico sintomo, e decise di dedicare i suoi futuri studi e ricerche a questa tematica.

Nel 1952, dopo la laurea con lode in medicina, Buteyko continuò a sperimentare. Egli stesso soffriva da un po’ di tempo di pressione molto elevata e spesso se ne era chiesto il motivo. Misurò i livelli di anidride carbonica (CO2) nel suo corpo e notò che erano più bassi del normale: era noto che una respirazione eccessiva diminuisce i livelli di CO2 nel corpo ed egli pensò che se il suo basso livello di CO2 era causato da un eccesso di respirazione allora, correggendo il suo ritmo respiratorio avrebbe potuto correggere anche il basso livello di CO2.

Buteyko controllò e ricontrollò la sua teoria sui pazienti. Misurando i modelli respiratori di persone che soffrivano di asma, angina ed altre malattie constatò - a questo punto senza più sorpresa -, che tutti quanti, senza eccezione, soffrivano di un eccesso di respirazione (iperventilazione), che portava ad una mancanza di CO2. Ed ogni volta, riportando la respirazione a modelli normali, il livello di CO2 nell’organismo aumentava e gli attacchi di asma o di altre malattie svanivano. Quando i pazienti tornavano ai modelli respiratori precedenti, gli attacchi riprendevano.



Buteyko si rese conto allora di aver effettuato, in modo quasi casuale, una scoperta di enorme importanza, in grado di rivoluzionare il mondo della medicina. A seguito di ulteriori ricerche Buteyko pose le basi teoriche della sua tesi: l’iperventilazione causa un esaurimento delle riserve di anidride carbonica, e livelli bassi di anidride carbonica nell’organismo provocano delle contrazioni dei vasi sanguigni ed una mancanza di ossigeno nei tessuti. Ciò provoca tutta una serie di meccanismi di difesa messi in azione dall’organismo; questi meccanismi di difesa vengono capiti male, etichettati come malattie e combattuti.

In questa ricerca Buteyko venne peraltro a conoscenza di alcuni esperimenti i cui risultati sostenevano la fondatezza della sua tesi. Dopo alcuni tentativi falliti per mancanza di mezzi, nel 1958-59 Buteyko riuscì ad aprire un laboratorio di diagnostica funzionale presso l’Istituto sperimentale di Biologia e Medicina del ramo siberiano dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica e poté effettuare degli studi clinici su 200 persone, sane ed ammalate. Nel 1980 a seguito dei risultati delle sperimentazioni effettuate negli anni, il metodo Buteyko venne ufficialmente riconosciuto nell’ex Unione Sovietica non solo per l’asma e le malattie respiratorie ma per tutta una serie di altre patologie.



Nei 6 anni successivi 100.000 ammalati di asma vennero trattati con il metodo Buteyko. Tra questi, ben 92.000 non hanno più avuto bisogno di assumere medicine contro l’asma. Il dr. Buteyko è improvvisamente morto il 4 maggio 2003 a Mosca. Aveva più di 80 anni e fino all’ultimo giorno è rimasto in ottima salute e piena attività.

 

 
3) LA MALATTIA DELL’ECCESSO DI RESPIRAZIONE (IPERVENTILAZIONE)


Il grande merito del dr. Buteyko è stato quello di raccogliere e collegare in un quadro logico edunitario le varie informazioni, già note alla scienza medica in modo frammentario, sui danni prodotti dall’eccesso di respirazione (iperventilazione), che provoca una perdita eccessiva di CO2 . In mancanza di CO2 l’ossigeno non può passare dal sangue ai tessuti (effetto Verigo-Bohr). La scienza già conosceva da tempo i danni prodotti dagli attacchi di iperventilazione acuta ma ignorava quelli, molto più insidiosi, provocati da una iperventilazione più leggera ma cronica Il dr. Buteyko ha dimostrato che l’eccesso di respiro è la causa di circa 150 malattie. Pertanto, sulle 30.000 malattie note all’umanità, 150 sono un risultato diretto della respirazione eccessiva: malattie come l’asma, epilessia, ipertensione, stenocardia, infarti, colpi apoplettici, emorroidi, eczema e molte altre sono tutte in realtà dei sintomi di un’unica malattia consistente nell’eccesso di respirazione, o meglio, sono non tanto delle malattie quanto piuttosto dei meccanismi difensivi messi in atto dall’organismo per impedire che la perdita di CO2 raggiunga livelli incompatibili con la vita, e come tali questi meccanismi difensivi rimangono finchè non viene eliminata la causa (perdita di CO2 provocata dall’iperventilazione) che li aveva fatti sorgere. Nelle sperimentazioni condotte dal dr. Buteyko a Mosca e San Pietroburgo e dall’università di Brisbane, Australia, i pazienti asmatici o che soffrivano di altre malattie sono guariti una volta eliminata l’iperventilazione.

Cosa significa “iperventilare?” Più che “respirare troppo” in assoluto, significa invece respirare in modo non adeguato ed eccessivo rispetto alle esigenze dell’organismo impegnato in una determinata attività. Una respirazione che sarebbe giusta ed adeguata se si stesse correndo o comunque svolgendo attività fisica, (e durante l’attività fisica l’organismo produce una grossa quantità di CO2, che deve in effetti essere in parte eliminata) è invece eccessiva e dannosa se si è seduti al volante o alla scrivania e si respira affannosamente perché ci si sta arrabbiando con un automobilista o con il capoufficio. In questo caso l’organismo reagisce, in base ad un istinto primordiale, (cosiddetta “risposta adrenergica: spavento, combatti o fuggi”) come se si fosse in presenza di un pericolo che richiederà un’intensa attività fisica e che scatena l’impulso a respirare molto, appunto in previsione dell’attività fisica con accumulo di CO2 che invece in genere non avviene, perché si resta seduti. Il frequente ripetersi di questi episodi di stress quotidiano porta allo sfasamento del ritmo respiratorio, che diviene in permanenza, anche quando si dorme, un po’ più intenso del necessario.

Una domanda sorge a questo punto spontanea: se la ragione di molte malattie è l’eccesso di respirazione, questo eccesso di respirazione da cosa è causato? Secondo il dr. Buteyko la causa più frequente dell’eccesso di respirazione è la propaganda martellante sull’utilità della respirazione profonda. Attualmente si insegna alle persone a respirare profondamente già prima della nascita, quando la madre frequenta sessioni di ginnastica e preparazione al parto in cui le viene insegnato a respirare profondamente. Anche il neonato è indotto a respirare profondamente alzando ed abbassando i suoi braccini. E si continua all’asilo infantile, a scuola, durante le lezioni di ginnastica, sport, ecc.

Anche gli esercizi di yoga insegnati da maestri non abbastanza esperti insistono troppo sulla necessità di riempire al massimo i polmoni , senza mettere abbastanza in evidenza altri fattori della massima importanza nella tradizione yoga autentica, come la necessaria lentezza del ritmo respiratorio.



Ci sono poi altre circostanze che fanno aumentare l’intensità del respiro, come il mangiare troppo, e soprattutto la mancanza di movimento, la mancanza di lavoro fisico. L’attività fisica favorisce la formazione ed il rilascio di CO2 dalle cellule, aumentando la sua disponibilità nell’organismo.

Questo è il motivo per cui le persone che lavorano fisicamente vivono in genere più a lungo e più sane. In altre parole l’intensità del respiro aumenta con il riposo a letto (soprattutto sdraiati sulla schiena) e con il dormire eccessivo . La maggior parte degli attacchi di asma, infarti, paralisi e decessi accadono verso la fine del sonno, intorno alle 5 di mattina. Altri fattori che aumentano la respirazione sono le varie emozioni, positive o negative, lo stress, fumo ed alcool, la permanenza in ambienti troppo caldi e non aerati, mentre la calma e il freddo fanno diminuire la respirazione.

 
4) LA”GIUSTA RESPIRAZIONE”. COM’ E’?

 
Tutti sanno ormai che per nutrirsi bene non basta riempire lo stomaco con la maggior quantità possibile di cibo; occorre invece che gli elementi nutritivi del cibo - mangiato in quantità giusta- passino nel sangue e da questo nei vari tessuti dell’organismo. Se qualcosa in questi meccanismi di assimilazione non funziona, si può morire di fame pur mangiando in quantità. E’ questo ad esempio quello che accadeva ai diabetici prima della scoperta dell’insulina. Il loro sangue era pieno di zucchero ma mancava la chiave d’accesso (l’insulina) che consentiva allo zucchero di passare dal sangue ai tessuti, che morivano di fame. Stranamente invece, per quanto riguarda la respirazione, quasi tutti pensano che per godere delle proprietà vivificanti dell’ ossigeno (O2), sia sufficiente introdurlo in grandi quantità nei polmoni con la respirazione. Vediamo invece cosa succede una volta introdotto l’O2 nei polmoni. Innanzitutto, con dei meccanismi sui quali non ci si sofferma l’O2 deve passare dai polmoni al sangue (e, salvo in caso di malattie polmonari o bronchiali, questo passaggio quasi sempre funziona bene). Dal sangue, l’ossigeno deve poi essere assimilato dalle cellule dei tessuti dei vari organi (cervello, cuore ecc.). E qui invece si verificano molto spesso dei problemi. Cosa succede? Succede che le particelle di ossiemoglobina del sangue (e cioè l’emoglobina che, dopo avere assimilato l’ossigeno, si è appunto trasformata in ossiemoglobina) trattengono strettamente l’ossigeno, rifiutando di cederlo e lasciarlo passare nei tessuti. Succede quindi che i vari organi soffrono di carenza di ossigeno, pur in presenza di un sangue saturo di ossigeno, esattamente come gli organi dei diabetici soffrono di mancanza di zucchero pur in presenza di un sangue saturo di zucchero! Come mai? Perchè per consentire il passaggio dell’ossigeno dal sangue ai tessuti è necessaria la presenza di anidride carbonica in quantità sufficiente. In assenza di CO2 nella giusta concentrazione, l’ossiemoglobina nel sangue non può liberare l’ossigeno e lasciarlo passare nei tessuti in misura sufficiente.

 

 

5) RUOLO DELL’ ANIDRIDE CARBONICA E SUA IMPORTANZA NELLA RESPIRAZIONE INTERNA

La necessità della CO2 per il passaggio dell’O2 dal sangue ai tessuti non è una teoria di qualche stravagante scienziato “alternativo”; si tratta invece di una circostanza già scoperta all’inizio del 1900 e comunemente ammessa e conosciuta da tutti gli esperti del settore sotto il nome di “effetto Verigo -Bohr”. Stranamente però questo effetto Verigo- Bohr, che pure è descritto in tutti i testi di fisiologia usati nelle università, non era mai stato approfondito e studiato a fondo nelle sue conseguenze, finchè, nel 1950, il medico russo K.P. Buteyko non vi si è soffermato, effettuando- con tutti i crismi del rigore scientifico, delle scoperte stupefacenti quanto al ruolo della CO2 nell’organismo umano.

L’atmosfera che ci circonda contiene una concentrazione di ossigeno del 21%, mentre alle nostre cellule ne basta una pari al 13%; le nostre cellule hanno invece bisogno di una concentrazione di anidride carbonica al 6,5% e l’atmosfera ne contiene una pari solamente allo 0,03%. In ambienti chiusi magari si arriva allo 0,05% ma siamo ancora molto lontani dal 6,5% presente nell’organismo dei bambini nel grembo materno e all’interno delle nostre cellule da adulti. Contrariamente alla pubblica percezione, la CO2 che espiriamo non era contenuta nell’aria che inspiriamo ma è prodotta all’interno dell’organismo. Nel processo di produzione di energia, le sostanze nutritive contenute nei cibi che abbiamo mangiato sono bruciate dall’ ossigeno inspirato e producono energia (adenosin-trifosfato) insieme ad acqua ed anidride carbonica. L’anidride carbonica (CO2) non è soltanto un gas di scarto (come non lo è l’acqua prodotta in questo processo) ma è indispensabile per molte funzioni nell’organismo umano; è tra l’altro indispensabile per consentire il passaggio dell’ossigeno dal sangue alle cellule dei tessuti; in assenza di CO2 questo passaggio non avviene (effetto Verigo- Bohr scoperto fin dal 1900).

E’ indispensabile quindi che nell’organismo vi sia la quantità giusta di CO2. Una respirazione eccessiva, profonda e rapida, provoca, con l’espirazione, una perdita eccessiva di CO2, e questa perdita provoca a sua volta degli scompensi nell’organismo. Alla perdita eccessiva di anidride carbonica segue una serie di meccanismi difensivi con i quali l’organismo cerca di impedire che la perdita di CO2 arrivi a livelli incompatibili con la vita. Questi meccanismi difensivi sono erroneamente scambiati per malattie da combattere e contro di essi, anziché sulla causa originaria dello squilibrio (e cioè la perdita eccessiva di CO2) viene concentrata la lotta. Queste scoperte del medico K.P.Buteyko sono ormai conosciute ed applicate nei paesi dell’ex Unione Sovietica ed in Australia (dove sono state confermate da sperimentazioni effettuate nell’Università del Queensland) e si stanno ora diffondendo anche in Inghilterra, Stati Uniti e Canada. Da noi sono ancora pressoché ignote.

 



6) IL METODO BUTEYKO CONTRO L’ASMA


Ormai in Europa un bambino su 8 è asmatico e anche se sono state formulate varie ipotesi, non è ancora chiaro quali siano le vere cause dell’asma. Non è inoltre chiaro il motivo del suo aumento vertiginoso: alcuni ipotizzano una responsabilità nel gran numero di vaccinazioni alle quali sono sottoposti i bambini, altri attribuiscono la colpa all’eccessiva igiene! In realtà il collegamento tra asma e respirazione è intuitivo e la vera causa dell’asma, come ha scoperto e provato il dr. Buteyko, e come hanno provato i trials sopracitati, condotti con tutti i crismi della scienza, è da cercare nell’ errato modello respiratorio. La quantità d’aria normalmente respirata al minuto da una persona sana e adulta a riposo dovrebbe aggirarsi sui 4-6 litri al minuto. Gli asmatici, anche se hanno l’impressione di non respirare, ne respirano una quantità pari al doppio, triplo o quadruplo, e ciò è confermato da tutte le misurazioni condotte dalla medicina ufficiale. Quasi tutti i medici non attribuiscono particolare attenzione alla quantità d’aria normalmente respirata al minuto dai loro pazienti asmatici e ritengono semmai che l’iperventilazione sia non la causa ma semmai un effetto dell’asma. Nella sperimentazione ufficiale, condotta nel 1994-95 presso il Mater Hospital, in Australia, è stato accertato, con notevole sorpresa di alcuni specialisti, che tutti i 39 asmatici che partecipavano alla sperimentazione respiravano in eccesso anche quando non avevano attacchi d’asma. La quantità d’aria che respiravano si aggirava sui 15 litri al minuto, e cioè il triplo del normale. La stessa sperimentazione ha accertato che i pazienti sottoposti al trattamento Buteyko avevano diminuito l’iperventilazione da 15 a 9 litri al minuto e, di conseguenza, avevano potuto ridurre, già nel corso della sperimentazione, l’uso di broncodilatatori del 90% e di steroidi del 50%. Nel gruppo di controllo che aveva continuato ad iperventilare non si era invece registrato alcun miglioramento. Il mantenimento del delicato equilibrio tra i livelli di ossigeno (O2) ed anidride carbonica (CO2) è in realtà essenziale per il buon funzionamento di tutto l’organismo umano. Tutti e due devono essere presenti nelle giuste quantità. Quando si respira in eccesso il livello di CO2 (emessa nell’espirazione, che è proporzionale all’inspirazione) cala drammaticamente: mentre normalmente dovrebbe aggirarsi sul 5,5-6%, negli asmatici la quantità di CO2 presente negli alveoli polmonari non supera il 3,5-4,5%.

Questa insufficienza di CO2 non consente, a causa dell’ effetto “Verigo-Bohr” (citato in tutti i libri di fisiologia medica studiati nelle Università) , di raggiungere i tessuti. In altri termini: è la presenza di CO2 (anidride carbonica) che dà il segnale dell’esigenza di ossigeno, e quando vi è poca CO2 l’organismo crede, erroneamente, che non vi sia poi tanto bisogno di O2 e invece di farlo passare dal sangue ai tessuti lo fa di nuovo uscire con l’espirazione. Ciò induce l’organismo a mettere in opera dei meccanismi di difesa, per diminuire l’afflusso d’aria e contrastare così una perdita eccessiva di CO2 che, se proseguisse indisturbata, avrebbe conseguenze mortali. Quali sono questi meccanismi difensivi? Cosa può fare, l’organismo nella sua saggezza per limitare l’afflusso d’aria? La prima, più ovvia misura è appunto quella di restringere le vie attraverso le quali passa l’aria, e questo è appunto ciò che accade durante un attacco d’asma. I tubicini bronchiali si restringono spasmodicamente (broncospasmo). Inoltre le membrane delle vie respiratorie si gonfiano in modo da diminuire il passaggio dell’aria ed in esse si forma un eccesso di muco. Un attacco d’asma è quindi un circolo vizioso provocato dall’iperventilazione, in cui le vie respiratorie si contraggono, si restringono e si ricoprono di muco per diminuire l’afflusso d’aria. Ciò provoca nella persona colpita dall’attacco una sensazione di mancanza d’aria, ma più ci si sforza di respirare, e più i tre meccanismi difensivi di cui sopra fanno in modo che l’iperventilazione non aumenti ulteriormente; più ci si sforza di respirare e peggiore diventa l’attacco d’asma. Quanto si è detto sulle cause dell’asma fa apparire chiaramente quale possa essere un trattamento che porti alla guarigione vera e propria e non solo ad una attenuazione dei sintomi.

Se è vero, come il dr. Buteyko e gli studi effettuati hanno dimostrato, che l’asma, più che una malattia, è una reazione difensiva con la quale l’organismo cerca di impedire i più gravi danni che rischiano di derivargli da una perdita eccessiva di CO2 causata da un modello di respirazione inadeguato, appare chiaro che per guarire (o meglio per rendere non più necessario il meccanismo di difesa) occorre imparare a respirare in modo diverso. Se si elimina l’iperventilazione, se si normalizza la respirazione, allora vengono meno i broncospasmi, l’equilibrio ormonale si normalizza e vengono meno anche l’infiammazione ed il muco nei polmoni. Appaiono quindi evidenti anche alcune incongruenze del trattamento dell’asma attualmente in uso; indubbiamente in caso d’emergenza un broncodilatatore può essere indispensabile e salvavita ma sono soprattutto dannosi, secondo il dr. Buteyko, i broncodilatatori ad effetto prolungato, che tenendo continuamente dilatate quelle vie respiratorie che l’organismo vorrebbe invece restringere per diminuire l’afflusso-deflusso d’aria, possono provocare conseguenze mortali. I numerosi decessi verificatisi in Gran Bretagna a seguito appunto dell’uso di un broncodilatatore di lunga durata, (tanto che si sta pensando di ritirarlo dalla circolazione), sembrerebbero dar ragione al dr. Buteyko.

Quanto all’uso del cortisone, secondo Buteyko il modo sbagliato di respirare provoca anche uno scombussolamento dell’equilibrio ormonale ed una diminuzione della produzione naturale di cortisone (e quindi uno stato di infiammazione cronica). L’uso del cortisone, in piccole dosi e per una breve durata, è secondo Buteyko meno dannoso dei broncodilatatori ad effetto prolungato.

 


7) LA “PAUSA CONTROLLO”. UN TEST FACILE ED ESSENZIALE PER VALUTARE LE CONDIZIONI DELLA VOSTRA RESPIRAZIONE E QUINDI DELLA VOSTRA SALUTE 


Come fare per controllare se si ha un livello sufficiente di CO2 e quindi una buona respirazione? E’possibile farlo con un controllo semplicissmo che prende pochi minuti. Se il livello è insufficiente è consigliabile iniziare subito gli esercizi del metodo di respirazione Buteyko. Ognuno dovrebbe curarsi di eseguire questo piccolo test per controllare se respira in modo sano o no. Si tratta di un controllo facile, che si può eseguire a casa propria da soli, che non costa nulla e che per il mantenimento della salute è più utile ed importante della misurazione della pressione, del tasso di colesterolo e di tutti gli esami medici in genere consigliati a titolo preventivo. (Con ciò non si intende certo dissuadere dall’effettuare anche questi esami!) Secondo il dr. Buteyko, quando si respira in modo sano si introducono nei polmoni non più di 4-6 litri di aria al minuto. E’ facile introdurne di più senza rendersene conto e chi ne introduce di più respira troppo e quindi cade nei pericoli dell’iperventilazione, magari leggera ma preoccupante se diviene permanente, di cui si è detto a proposito dell’iperventilazione. Per accertare da soli quale sia il volume d’aria che si introduce nei polmoni non servono complicate apparecchiature, serve solo un orologio con la lancetta dei secondi, e si procede in questo modo. 1. Sedetevi comodi su una sedia con lo schienale dritto. 2. Rilassatevi ed espirate normalmente. 3. Ripetete una normale inspirazione, esalate normalmente e dopo l’esalazione chiudete il naso con le dita e tenetelo chiuso. 4. Tenendo anche la bocca chiusa, contate quanti secondi potete aspettare senza molto disagio prima di dover inalare di nuovo. Non sforzatevi troppo. L’esattezza del test dipende dal fatto che vi fermiate prima di raggiungere la soglia di un vero disagio. Il numero di secondi che trascorre prima che sentiate la netta esigenza di dover inalare è la cosiddetta “pausa-controllo”; (abbreviata in “PC”). E’ molto importante misurare correttamente la pausa-controllo. A questo proposito va’ precisato che con il termine “senza molto disagio” si intende appunto questo. Nel momento in cui si inizia ad avvertire distintamente la sensazione di disagio, la netta sensazione di mancanza d’aria, si misura il tempo trascorso da quando, dopo aver esalato, ci si è tappato il naso; non bisogna quindi esagerare ed aspettare un disagio forte (si avrebbe un valore eccessivo ed illusorio della PC), ma non bisogna nemmeno interrompere la pausa non appena si avverte la prima voglia di inalare di nuovo (si avrebbe un valore della PC troppo breve); bisogna aspettare la sensazione distinta di mancanza d’aria e di un netto disagio, e solo allora misurare il tempo raggiunto. E’ importante anche tenere presente che non bisogna mai trattenere il respiro a polmoni pieni; bisogna prima espirare normalmente e poi trattenere il respiro per misurare la pausa-controllo. Una pausa-controllo di 50-60 secondi o più indica che siete in eccellente salute. Se invece non superate i 25 secondi, ciò significa che nella vostra salute c’è qualcosa da migliorare, anche se non si è ancora manifestata alcuna malattia. E’ bene adottare urgentemente delle misure preventive, sotto forma di un miglioramento della respirazione, con gli esercizi Buteyko. Se la pausa-controllo non supera i 10 secondi avete un serio problema di iperventilazione; probabilmente soffrite già di asma o di qualche malattia che si è già manifestata. La pausa-controllo ideale ha una durata di 60 secondi. Se ora dividete questo numero per la durata della PC che avete raggiunto saprete per quante persone respirate; se ad esempio la vostra PC è 30, ciò vuol dire che respirate per due persone , e cioè 8-10 litri d’aria invece dei 4-5 ideali. Se la vostra PC è 20, ciò significa che respirate tre volte più di quanto dovreste: che respirate per tre persone. Se considerate il respirare come una forma di alimentazione, provate ad immaginare quanto vi danneggerebbe mangiare costantemente per 2, 3 o 4 persone e avrete un’idea di quanto possa danneggiarvi anche il respirare per 4 persone. L’importanza di tenere regolarmente sotto controllo la vostra salute con la pausa-controllo non può essere sopravvalutata. La sua durata rispecchia esattamente il vostro attuale stato di salute. Se, a seguito degli esercizi Buteyko, raggiungete dei valori di 50-60, tutti i vostri sistemi quello immunitario, metabolico, digestivo, cardiovascolare- funzioneranno in modo ottimale, avrete più energia , meno bisogno di sonno, raggiungerete il vostro peso ideale e sembrerete ringiovaniti. Se la vostra PC si aggira sui 20 dovreste iniziare subito gli esercizi Buteyko, per sventare il pericolo di essere colpiti, in un futuro più o meno prossimo, da qualche serio disturbo. Non è il caso tuttavia di farsi prendere dal panico. Il problema in genere si localizza nel punto più debole di ognuno; tutti abbiamo dei punti tradizionalmente deboli e questi punti deboli risentono più degli altri dei fattori negativi, come gli eccessi di alimentazione , di respirazione, stress o altri. Se la vostra PC non supera i 10-15 secondi è probabile che si sia già manifestata qualche malattia, anche se forse non ve ne siete ancora accorti. Malattie come il diabete, la tubercolosi, il rialzo della pressione, possono essere presenti già da tempo senza che l’interessato se ne sia accorto.

 



8 -  ESERCIZI E PARTE PRATICA DEL METODO BUTEYKO.


Cosa fare se il risultato del piccolo test sopra descritto e consigliato non è soddisfacente? Come fare per imparare la respirazione Buteyko? E’difficile? In linea di massima no. Come è purtroppo stato facile acquisire cattive abitudini respiratorie,così pure non è troppo difficile cambiarle ed acquisirne altre. Occorre tuttavia un minimo di perseveranza. Si tratta infatti di un riflesso automatico, che funziona indipendentemente dalla nostra attenzione e volontà, anche quando dormiamo e, come accade per tutti i riflessi automatici, occorre un po’ di tempo per cambiarlo, ma poiché si respira 24 ore su 24 potrebbe trattarsi di una delle misure più efficaci per la mantenere e o riacquistare la salute. E’ in genere sufficiente, per chi sia in buona salute e desideri imparare il metodo a titolo preventivo, leggere i libri pubblicati sull’argomento, i cui titoli possono essere trovati sulle centinaia di siti web che parlano in inglese o in altre lingue del metodo Buteyko. Il “metodo Buteyko” si sta diffondendo a macchia d’olio in molti Paesi, anche se incontra l’opposizione sia una parte della medicina “ufficiale”, che non vede di buon occhio una cura che non usa preparati farmaceutici, sia purtroppo una parte della medicina alternativa, che mette in rilievo l’importanza di una buona ossigenazione e a volte reagisce in modo quasi isterico nel sentir parlare dell’importanza che l’anidride carbonica ha per l’organismo. Certamente, una quantità eccessiva di CO2 nell’organismo è dannosa o mortale, (anche l’acqua in eccesso lo è) ma, nella giusta quantità, la CO2 è tuttavia indispensabile per la vita e, circostanza riportata in tutti i testi di fisiologia, se scende al di sotto di un livello minimo si muore. Se, ciò nonstante, il metodo Buteyko si sta diffondendo sempre di più (è ormai diffusissimo e raccomandato da molti medici non solo in Russia, Australia e Nuova Zelanda ma anche in Gran Bretagna, Germania, Canada e Stati Uniti) è appunto perché si è visto che funziona. 


 


9 - SPERIMENTAZIONI CLINICHE EFFETTUATE 


Nei trials effettuati nell’ ex URSS fin dal 1980 e, in doppio cieco, presso l’Università di Brisbane,Australia, (1994) l’Ospedale di Glasgow, Gran Bretagna (2003) ed in Nuova Zeland (2004) è stato ufficialmente sperimentato con risultati eccezionali,(riduzione del 90% dell’uso di broncodilatatori ),confermati dalle constatazioni di centinaia di medici e migliaia di pazienti,quanto scoperto 40 anni fa dal medico scienziato ucraino K. Buteyko. Nella sperimentazione ufficiale condotta nel 1994-95 presso il Mater Hospital, in Australia, è stato accertato, con notevole sorpresa di alcuni specialisti, che tutti i 39 asmatici che partecipavano alla sperimentazione respiravano in eccesso anche quando non avevano attacchi d’asma. La quantità d’aria che respiravano si aggirava sui 15 litri al minuto, e cioè il triplo del normale. La stessa sperimentazione ha accertato che i pazienti sottoposti al trattamento Buteyko avevano diminuito l’iperventilazione da 15 a 9 litri al minuto e, di conseguenza, avevano potuto ridurre, già nel corso della sperimentazione, l’uso di broncodilatatori del 90% e di steroidi del 50%. Nel gruppo di controllo che aveva continuato ad iperventilare non si era invece registrato alcun miglioramento. Questi risultati sono stati confermati da un altro trial in doppio cieco su larga scala, appena terminato presso l’Ospedale di Glasgow, Gran Bretagna.ormai numerosi medici in Gran Bretagna e USA applicano il metodo risultante da queste scoperte, che in Australia è dal 1998 ufficialmente raccomandato dalla Federazione Nazionale contro l’Asma.

Sono qui elencati i riferimenti relativi alle sperimentazioni citate: Qui di seguito elenco i riferimenti delle sperimentazioni cliniche effettuate: per il metodo Buteyko • Buteyko breathing techniques in asthma: a blinded randomized controlled trial. Bowler S, Green A, Mitchell CA. Medical Journal of Australia, Vol 169, 7/21 December 1998:575-578. o A clinical trial of the Buteyko Breathing Technique in asthma as taught by a video.” Opat AJ, Cohen MM, Bailey MJ, Abramson MJ. Journal of Asthma, 37(7), 667-564 (2000). • “Effect of two breathing exercises (Buteyko and pranayama) in asthma: a randomized controlled trial.” Cooper S, Osborne J, Newton S, Harrison V, Thompson Coon J, Lewis S, Tattersfield A. Thorax August 2003; 58:674-679. • “Buteyko Breathing Technique for asthma: an effective intervention.” Patrick McHugh, Fergus Aitcheson, Bruce Duncan, Frank Houghton: The New Zealand Medical Journal. 12-December-2003, Vol 116 No 1187. Direct Access to article through copyright protected (NZMA) link. (Link to remote site) • “Health Education: Does the Buteyko Institute Method make a difference?” Jill McGowan, Education and training consultant in Asthma Management. Thorax Vol 58, suppl III, page 28) December 2003.

Tutte le sperimentazioni nel mondo di lingua inglese, sopra citate, sono state effettuate in relazione all’asma. Vi è poi una serie di trials effettuati in Russia e non tradotti, di cui pertanto non sono qui pubblicati gli estremi, che documentano l’efficacia del metodo Buteyko contro altre malattie, diverse dall’asma.

 

Read more: http://www.solaris.it/indexprima.asp?Articolo=1561#ixzz0MNCzD9xM


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