Sunday, March 15, 2009

SETTE BUONI MOTIVI PER RINUNCIARE ALLA CARNE

Eccovi un breve pro-memoria che, senza entrare negli aspetti etici di uno stile di vita alimentare basato sullo sterminio massiccio di altri esseri senzienti, si limita ad una riflessione puntuale sulle conseguenze per la salute e l’ambiente dell’alimentazione a base di cibi animali. 

1.    Il corpo umano non è fatto per assimilare la carne.

La conformazione dei denti, dei muscoli facciali, della mandibola, l’acidità dello stomaco e la lunghezza dell’intestino dell’uomo sono tipiche degli animali vegetariani.

Uno studio di anatomia comparata che non lascia dubbi al riguardo è stato effettuato da Milton R. Mills. [1]

Per poter digerire la carne l’animale carnivoro ha succhi gastrici 20 volte più potenti di quelli del nostro stomaco. L’intestino dei carnivori è corto (da 3 a 6 volte la lunghezza del corpo) per liberarsi presto delle scorie residue della carne. Il nostro intestino, analogamente a quello degli animali prettamente vegetariani, è molto più lungo di quello dei carnivori (fino a 12 volte la lunghezza del corpo). Ed infatti 
dopo un pasto a base di carne le tossine degradative provenienti dal catabolismo delle proteine animali rimangono in circolo per un periodo minimo di circa 142 ore, cioè circa una settimana. [2]

 

2.    L’eccesso di proteine è inutile.

Sul fabbisogno reale di proteine necessario all’uomo esistono dati molto discordanti, che variano da fonte a fonte. Eppure basta considerare che, nei primi mesi di vita, il cucciolo dell’uomo costruisce i suoi muscoli, ossa, cartilagini, etc. ad un tasso di crescita così rapido che non eguaglierà in nessun altro periodo della vita. Raddoppia il suo peso della nascita mediamente in 5/6 mesi. E realizza tutto questo soltanto con il latte materno, un alimento che contiene appena l’1% - l’1,5% di proteine. Per inciso, la stessa percentuale di proteine presente nella frutta e nella verdura.

In definitiva nell’alimentazione umana il pericolo non è mai la carenza di proteine (che non esiste e non si verifica nemmeno nei peggiori casi di fame e di carestie), ma l’eccesso delle stesse. Quando si parla di paesi affamati, le carenze sono infatti caloriche, vitaminiche e minerali, mai proteiche. Ed è invece l’eccesso di proteine a flagellare con gravissime patologie le popolazioni dei paesi industrializzati. [3]

 

3.    Il consumo di carne è inutile

Non vi è nessun micro-nutriente utile nella carne che non sia contenuto nella frutta e nei vegetali. Nelle giuste proporzioni, cereali, legumi, frutta fresca e oleosa, ortaggi freschi, verdure di campo e di bosco, alghe marine e alghe verdi azzurre, germogli, fiori, radici, sono in grado di assicurare al nostro organismo tutti i nutrienti necessari. 

Persino il rischio di sviluppare problemi di salute a causa di una carenza di vitamina B12 in una dieta vegetariana stretta è estremamente raro, inferiore a una probabilità su un milione. [4]

 

4.    Il consumo di carne è causa di numerose malattie

Da tempo i dati medici ed epidemiologici espongono molto chiaramente che un eccesso di consumo di carni produce malattie cardiovascolari, diabete e tumori.

Gli studi ecologici hanno sistematicamente evidenziato una forte relazione dei principali tumori del mondo occidentale (mammella, colon, rene, ovaie, prostata) con il consumo di carni e di grassi animali [5]. 

I cibi animali, con il loro apporto di grassi totali, grassi saturi, colesterolo e lo sviluppo di sostanze cancerogene durante la cottura (come le amine eterocicliche) arrecano certamente più danni che benefici all’organismo umano. Il consumo di carne favorisce lo sviluppo di acido solfidrico, che è una delle cause dei danni al colon. Ed infatti nelle culture carnivore occidentali l’incidenza del tumore al colon è dieci volte superiore a quella delle culture vegetariane asiatiche. [6,7,8,9,10]

 

5.    La carne è piena di sostanze chimiche

La maggior parte della carne che arriva sui nostri mercati proviene da allevamenti intensivi. Per  evitare che gli animali si ammalino nelle condizioni contro natura in cui crescono, si è costretti a fare un uso massiccio di antibiotici. Inoltre per velocizzare la crescita e massimizzare il profitto, vengono usati grandi quantità di ormoni estrogeni. 


La maggior parte dei polli in batteria non ha mai visto la luce del  sole e non vede altro che la luce artificiale per 22 ore al giorno. Gli allevatori zootecnici fanno sì che questi pulcini non smettano mai di alimentarsi e somministrano ampie dosi di sali d’arsenico per stimolare la crescita, al punto che in soli 45 giorni raggiungono le condizioni di pollo maturo che altrimenti avrebbero raggiunto in non meno di 3 mesi. 

Tutte queste sostanze chimiche finiscono nel piatto (e nel sangue) di chi si alimenta con la carne.

 

6.    Gli allevamenti di bestiame distruggono il pianeta

L’allevamento di bestiame per uso alimentare è la principale causa di distruzione delle sempre più ridotte aree di foresta pluviale rimaste sulla terra. In Centroamerica e Sudamerica milioni di ettari di foreste vergini vengono abbattuti per lasciare spazio a pascoli per l’allevamento. Per produrre un solo etto di carne vengono distrutti 12mq di foresta tropicale. Nel 1980 fu stimato che il 72% della deforestazione amazzonica in Brasile era volto a ottenere pascoli per il bestiame.

C’è un altro problema: l’inquinamento che tali allevamenti producono. I liquami di origine animale e vegetale prodotti negli allevamenti hanno un potenziale inquinante molto più elevato di quello dei liquami domestici. Nel Regno Unito nel 1996 hanno infatti causato oltre 200 incidenti di inquinamento dell’acqua. [11]

Per l’allevamento si usano grosse quantità di sostanze chimiche (ormoni, antibiotici, fertilizzanti, diserbanti…) che finiscono nelle falde acquifere, inquinandole.

Un esempio in Italia: nel bacino del Po ogni anno vengono versate 190 mila tonnellate di deiezioni animali contenenti ormoni, antibiotici e metalli pesanti. [12]

L’economista Jeremy Rifkin, rifacendosi ad un rapporto della FAO, ha sottolineato come il 18% dei gas ad effetto serra siano imputabili all’allevamento e in particolare:

il 9% delle emissioni di anidride carbonica

il 65% di protossido di azoto

il 37% di metano.

 

7.    Gli allevamenti di bestiame affamano il pianeta

Per allevare il miliardo e mezzo di capi bovini che oggi è destinato al consumo alimentare, si utilizzano migliaia di tonnellate di cereali e legumi che potrebbero essere utilizzati per l’alimentazione umana. Oggi, circa un terzo della raccolta mondiale di cereali è impiegata come mangime per bovini e altro bestiame d’allevamento, mentre circa un miliardo di esseri umani soffrono per la fame  e la denutrizione cronica.

E lo stesso accade per il consumo di acqua. Anche se il bestiame utilizza direttamente solo l’1,3% dell’acqua utilizzata in totale in agricoltura, si deve però considerare l’acqua utilizzata per produrre l’enorme quantità di cereali e soia che gli animali consumano. Risulta così che 1 Kg di manzo è stato prodotto impiegando ben 100.000 litri di acqua, cento volte la quantità che serve per produrre un kg di grano. [13] 

Come ha osservato il giornalista Mario Tozzi: “per allevare un solo manzo si consuma tanta acqua quanta ne serve per far galleggiare un incrociatore”. [14]

 

[1] http://www.veganitalia.com/modules/news/article.php?storyid=1392

 [2] Adolfo Panfili in Medicina Ortomolecolare -  http://www.aimo.it/

 [3] Valdo Vaccaro in: http://www.flipnews.org/italia/underground_3/blog/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=2466

 [4] http://www.drmcdougall.com/misc/2007nl/nov/b12.htm

 [5] “La prevenzione alimentare dei tumori”, Franco Berrino - Istituto Nazionale dei Tumori

 [6] Carcinogen-DNA adducts in human breast epithelial cells. Environ Mol Mutagen. 2002;39(2-3):184-92.

 [7] N-Acetyltransferase-2 genetic polymorphism, well-done meat intake, and breast cancer risk among postmenopausal women. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2000 Sep;9(9):905-10.

 [8] Comments on the history and importance of aromatic and heterocyclic amines in public health. Mutat Res. 2002 Sep 30;506-507:9-20.

 [9] Effect of NAT1 and NAT2 genetic polymorphisms on colorectal cancer risk associated with exposure to tobacco smoke and meat consumption. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2006 Jan;15(1):99-107. 

[10] A prospective study of meat and meat mutagens and prostate cancer risk. Cancer Res. 2005 Dec 15;65(24):11779-84.

 [11] http://www.ivu.org/italian/trans/ov-animalfarmenv.html

 [12] Roberto Marchesini, “Post-Human”, Bollati Boringhieri

 [13] - “Water Resources: Agriculture, the Environment, and Society An assessment of the status of water resources” by David Pimentel, James Houser, Erika Preiss, Omar White, et al. Bioscience, February 1997 Vol. 47 No. 2)

- http://www.ivu.org/italian/trans/ov-animalfarmenv.html

 [14] http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4313&ID_sezione=&sezione=

 

 

 

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Monday, March 31, 2008

I successi della medicina ufficiale sul cancro


Alcuni brani tratti dal libro Kankropoli, di Alberto Mondini,

“Iniziamo a vedere cosa realmente viene fatto a chi oggi si ammala di cancro.
Nella stragrande maggioranza dei casi si usano, dove è possibile, unicamente tre metodi: l’asportazione chirurgica, la chemioterapia e l’irradiazione.
Il primo rimedio è del tutto inutile, perché il tumore non è che lo stadio finale e più visibile di una situazione patologica che coinvolge tutto l’organismo. Pertanto, dopo l’asportazione, la recidiva è quasi la regola, in quanto le difese immunitarie del paziente saranno ulteriormente indebolite dal trauma delle ferite, dall’intossicazione dell’anestesia, dagli antibiotici e dagli altri medicinali.
Gli altri due metodi si basano sul fatto che le cellule cancerose sono più deboli di quelle sane, pertanto, sotto l’azione di veleni o di radiazioni ionizzanti, sono le prime a morire.
Questa constatazione porta però a una delle pratiche più insensate della storia della medicina: avvelenare ed irradiare il paziente per guarirlo! Anche la persona meno informata, riesce a comprendere che guarigione significa miglioramento della salute.
Nessuno pensa che l’inquinamento, gli esperimenti atomici o l’incidente di Chernobyl siano i provvidenziali vantaggi dei nostri tempi per mantenerci sani.
Nei fatti, anche con la chemioterapia e l’irradiazione, dopo un iniziale, apparente successo, il malato, con il sistema immunitario massacrato, indebolito nel corpo e nella mente, svilupperà generalmente in breve tempo un nuovo tumore, questa volta ancor più difficile da curare.
Eppure, specialmente negli ultimi mesi, in occasione dei vari dibattiti sulla cura Di Bella, avrete sentito fior di luminari, illustri primari, grandi ricercatori, sostenere che le critiche alle attuali terapie oncologiche non hanno ragione di esistere, che la medicina ha fatto enormi passi in avanti, che le percentuali di guarigione sono già nell’ordine del 50% e che tale percentuale è in fase di crescita.
In conclusione, la medicina sta facendo il proprio dovere ed i soldi assegnati alla ricerca hanno dato i frutti sperati.

Vediamo ora quali sono, in realtà, i grandi progressi che da alcuni anni la scienza sta compiendo nel campo della lotta ai tumori.
Riunione del settembre 1994 del President’s Cancer Panel:
Tutto sommato, i resoconti sui grandi successi contro il cancro, devono essere messi a confronto con questi dati” aveva detto Balair, indicando un semplice grafico che mostrava un netto e continuo aumento della mortalità per cancro negli Stati Uniti dal 1950 al 1990. “Torno a concludere, come feci sette anni fa, che i nostri vent’anni di guerra al cancro sono stati un fallimento su tutta la linea. Grazie”.
Chi è questo personaggio che esprime idee così eretiche, un medico alternativo? Un ciarlatano come è stato definito Di Bella? Un guaritore che approfitta dei poveri malati? Uno che non conosce le percentuali di guarigione?
Purtroppo per loro, niente di tutto questo. Risulta difficile definire ciarlatano o incompetente, John C. Balair III, insigne professore di epidemiologia e biostatistica alla Mc Gill University, uno dei più famosi esperti di oncologia degli Stati Uniti e dell’intero pianeta.
Non parlava del resto ad una platea di sprovveduti; il President’s Cancer Panel è nato in conseguenza del National Cancer Act, un programma di lotta contro il cancro, firmato dal presidente americano Richard Nixon il 23 dicembre 1971 e per cui si sono spesi fino al 1994 ben 25 miliardi di dollari.
I dati relativi alla situazione delle lotta al cancro vengono forniti direttamente al Presidente degli Stati Uniti.
La conclusione principale di Balair, con cui l’NCI (National Cancer Institute) concorda, è che la mortalità per cancro negli Stati Uniti è aumentata del 7% dal 1975 al 1990.
Come tutte quelle citate da Balair, questa cifra è stata corretta per compensare il cambiamento nelle dimensioni e nella composizione della popolazione rispetto all’età, cosicché l’aumento non può essere attribuito al fatto che si muore meno frequentemente per altre malattie.
La mortalità è diminuita per tumori quali quelli del colon e del retto, dello stomaco, dell’utero, della vescia, delle ossa, della cistifellea e dei testicoli. La mortalità per cancro nei bambini si è quasi dimezzata fra il 1973 e il 1989, in gran parte grazie alle migliori terapie.
Tuttavia, dato che i tumori infantili erano comunque rari, questo miglioramento - e quello più lieve registrato nei giovani adulti - ha avuto solo un effetto assai ridotto sul quadro generale.
In totale, gli incrementi della mortalità per cancro sono circa il doppio delle riduzioni.

Edward J. Sondik, esperto di statistica dell’National Cancer Institute, sostiene che vi sarebbe un aumento di oltre il 100% dei casi di cancro al polmone nelle donne fra il 1973 e il 1990. Anche il melanoma e il cancro alla prostata hanno avuto incrementi considerevoli, di oltre l’80%, in quel periodo. Sondig ha concluso che l’incidenza totale del cancro è aumentata del 18% fra il 1973 e il 1990.

“Nessun esperto del settore può continuare a credere che dietro l’angolo vi sia necessariamente tutta una serie di magnifiche terapie contro il cancro in attesa di essere scoperte” asserisce Balair ribadendo di averne abbastanza della continua sfilata di notizie sensazionali che fanno credere che una cura risolutiva stia per essere messa a punto.
Le chemioterapie esistenti, nonostante i progressi, sono ancora armi a doppio taglio. Alcuni dei trattamenti per il linfoma e la leucemia inducono altri tumori, dopo il completamento della terapia per la malattia originaria.

Non notate una leggera disparità tra i dati che avete letto ora e le statistiche trionfalistiche che avete sentito dai famosi clinici italiani? Forse può dipendere dal lasso di tempo intercorso, in fondo questi dati risalgono al 1993, magari la situazione è notevolmente migliorata.
Vediamo allora cosa afferma Balair nel 1997 su New England Journal of Medicine, una delle più prestigiose riviste mediche a livello mondiale: La guerra contro il cancro è lontana dall’essere vinta. L’efficacia dei nuovi trattamenti contro sulla mortalità è molto deludente. Il Giornale - Inchiesta sul cancro n°1

Se non siete ancora convinti, o semplicemente desiderate ulteriori dati, eccone altri due. Il primo è la vasta indagine condotta per 23 anni dal Prof. Hardin B. Jones, fisiologo presso l’Università della California, e presentata nel 1975 al Congresso di Cancerologia, presso l’Università di Barkeley. Oltre a denunciare l’uso di statistiche falsificate, egli prova che i cancerosi che non si sottopongono alle tre terapie canoniche sopravvivono più a lungo o almeno quanto chi riceve queste terapie. Come dimostra Jones, le malate di cancro al seno che hanno rifiutato le terapie tradizionali, mostrano una sopravvivenza media di 12 anni e mezzo, quattro volte superiore a quella di 3 anni raggiunta da colore che si sono invece sottoposte alle cure complete.
Il secondo caso riguarda uno studio condotto da quattro ricercatori inglesi, pubblicato su una delle più importanti riviste mediche al mondo: The Lancet del 13/12/1975 e che riguarda 188 pazienti affetti da carcinoma inoperabile ai bronchi. La vita media di quelli trattati con chemioterapia completa fu di 75 giorni, mentre quelli che non ricevettero alcun trattamento ebbero una sopravvivenza media di 220 giorni.


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Wednesday, February 13, 2008

Veronesi e la polenta cancerogena

Confortato dall’eminente parere di Umberto Veronesi, famoso esponente della Casta del Cancro, nei prossimi post mi occuperò di alimentazione e salute.

“Fa più morti di tumore la cattiva alimentazione che non lo smog” ha dichiarato in passato il ricco e incensato “scienziato”, sottolineando che “il 30% dei tumori sono collegati all’alimentazione”, e che i veri pericoli, più che nei tubi di scappamento delle automobili, sono nascosti “nei preoccupanti livelli di aflatossine e micotossine cancerogene presenti nella polenta e nel latte”. (1)

Per una volta (al di là della polenta cancerogena, che continuerò a mangiare allegramente) voglio prendere sul serio un esponente dell’oncologia ufficiale. Perché ritengo che l’inizio di ogni vera cura cominci dall’alimentazione, e non solo per i significati simbolici e psicologici che vi sono connessi. Noi siamo quello che mangiamo, dicevano certi antichi saggi.

Ma, poiché non posso e non voglio dare consigli a nessuno, riprenderò un concetto espresso dal Dr. Julian Whitaker, M.D., che scrisse in un bell’articolo dal titolo “COSA FAREI SE AVESSI IL CANCRO”.

“non andrò a dire cosa dovreste fare se aveste il cancro; solo voi potete prendere quella decisione.
Vi dirò cosa io farei se avessi il cancro. Ugualmente importante, vi dirò cosa non farei.
Per incominciare non accetterei la diagnosi di cancro come una sentenza di morte;
non ingoierei qualsiasi cosa i miei medici mi darebbero.
Farei delle ricerche di trattamenti alternativi e diventerei l’unico esperto del mio stato di salute” (…)
“La dieta è una terapia contro il cancro molto più potente di quanto la maggior parte delle persone possano pensare.
Ci sono innumerevoli prove che una nutrizione migliore fortifica il sistema immunitario, rallenta la crescita dei tumori e protegge contro le metastasi” (2)

(1) da repubblica.it - 14 marzo 2005
(2) http://www.edgarcayce.it/media/Cosa%20farei.htm

Posted by Gian Paolo Vallati at 19:13:28 | Permalink | Comments (2)

Friday, January 25, 2008

GLI OCCHI CHIUSI DELLA MEDICINA

A proposito di Luigi Oreste Speciani, di cui ho parlato recentemente in un post, e dell’atteggiamento della medicina ufficiale, oggi mi è tornato in mente un episodio di molto tempo fa.

Una ventina di anni or sono mi capitò di conoscere uno dei più valorosi allievi di Speciani, Ezio Zucconi Mazzini, allora assistente primario di ematologia, poi psicoanalista bioenergetico, allievo e amico di Alexander Lowen, con una lunga serie di altre specializzazioni e benemerenze che ora non ricordo.

Andai a trovarlo nell’ospedale dove lavorava come ematologo. Aveva il suo studio in una soffitta, dove curava i suoi pazienti applicando le teorie di Speciani: non si può curare l’uomo se non si cura anche la sua anima (1)
E quel giorno mi raccontò un episodio illuminante.
Poco tempo prima aveva guarito un ragazzo dalla colite ulcerosa cronica, malattia incurabile secondo la medicina ufficiale (2), attraverso un attento lavoro di psicoterapia integrato con trattamenti omeopatici e cure naturali.

A guarigione avvenuta, la mamma del ragazzo, felice ed incredula, aveva riportato suo figlio dallo specialista che in precedenza aveva avuto in cura il ragazzo per mesi senza ottenere alcun risultato.
Lo specialista non aveva potuto che constatare l’avvenuta guarigione, senza peraltro riuscire a dare alcuna spiegazione.

A questo punto Ezio mi guardò negli occhi e mi pose una domanda: “Cosa avresti fatto tu, al posto di quel medico di fronte ad un fatto così incredibile?”.
La risposta era chiara, e non ci pensai nemmeno un attimo: “Ti avrei telefonato al volo, per sapere come c’eri riuscito”.
Lui sorrise, scosse il capo e disse sconsolato: “Ci credi che questo collega non ha voluto nemmeno sapere il mio nome? Ha semplicemente cancellato il fatto dalla sua casistica. E probabilmente lo cancellerà anche dalla sua memoria.”

Lascio trarre ai miei sparuti lettori le conclusioni di questa storia.
Aggiungo solo che spesso coloro che chiedono prove e verifiche “scientifiche” quando si parla di medicine non ufficiali, sono un po’ simili a quel medico specialista.

Quando le prove arrivano, fanno finta che siano dovute al caso o che non esistano, piuttosto che aprire gli occhi e rimettere in discussione le proprie conoscenze limitate.

1 - Scriveva il medico Luigi Oreste Speciani: “le malattie che la medicina attuale non sa curare - cancro compreso - vengono… da un turbamento dell’Id (cioè dell’anima vegetativa, Nefesh ebraico, forma corporis tomasiana, aura di Kirljan, orgone di Reich, prahna) da non confondersi con l’anima sopravvivente, cioè il Ruak-sheol ebraico, la substantia spiritualis di San Tommaso, oggetto delle speculazioni metafisiche e teologiche”.
Nell’individuo l’unità mente-corpo è inscindibile. La medicina sintomatica si affanna inutilmente a curare l’organo perdendo di vista l’insieme, la totalità dell’individuo, sintesi di anima e soma, che è la comprensione di tutto.
Oreste Speciani questo lo aveva ben compreso e affermava che: “La chiave del mistero è la natura psicosomatica dell’uomo” e che “l’uomo è l’unica medicina di se stesso, e che nessuno dei nostri superbi interventi è capace di guarire, ma solo di aiutare l’uomo a farlo”.

2 - che infatti si limita alla soppressione dei sintomi e degli effetti più gravi con trattamenti a base di cortisone ed immunosoppressori, quando non arriva all’asportazione chirurgica del colon

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Wednesday, November 14, 2007

HAMER E LA LEZIONE DI SEMMELWEIS


IGNAZ P. SEMMELWEIS

Dicono che il dottor Ryke G. Hamer, autore di una controversa teoria sul cancro ed altre malattie, sia una persona non molto equilibrata dal punto di vista psichico. Lo ha velatamente ipotizzato anche Umberto Veronesi, il noto esponente della Casta del Cancro.

Personalmente non so se sia vero. Molti degli atteggiamenti di Hamer mi sembrano in effetti quantomeno bizzarri. Certe sue prese di posizione (non mediche, ma politiche) lasciano davvero il tempo che trovano. Ed in fondo non giurerei sulla salute mentale di nessuno, tantomeno della mia.

Quello che so è che le teorie di Hamer sono estremamente interessanti, e che si legano a quel filone che parte proprio nel nostro paese con l’opera di Luigi Oreste Speciani. Negli anni ‘60 Speciani fu il primo ad affermare che alla base del cancro c’è un enorme sofferenza psicologoca. Anzi, dell’Anima, come lui amava dire. E che non è possibile nessuna vera guarigione se non si affronta questo aspetto, il disperato dolore della Psikè. Il suo libro “Di Cancro si vive” fu una vera rivelazione per molti.

Ora Speciani era un grandissimo anatomo-patologo, molto stimato dai suoi colleghi e perfettamente inserito nell’ambito universitario del suo tempo. Insomma, non era certo un esponente della famigerata corrente new-age. Oggi, a più di trent’anni dalla sua scomparsa, i suoi allievi della Scuola di Medicina Integrata lavorano silenziosamente nell’ombra, senza cercare la luce dei riflettori, preferendo curare e guarire piuttosto che richiedere l’approvazione della “Scienza Ufficiale”.

Hamer invece ha avuto la grande colpa di essersi schierato apertamente, di essersi messo contro il grande business della “Ricerca sul Cancro”. E lo ha fatto spesso con i suoi modi, eccessivi, bizzarri, e forse un po’ folli.

Per questo mi ricorda molto il povero Ignaz Semmelweis che, nonostante la sua geniale scoperta, morì pazzo e screditato dalla “Scienza” del suo tempo. Vediamo la sua storia, come riportata su Il Diogene ( http://www.ildiogene.it/):

“Medico ungherese, Semmelweis è considerato lo scopritore della principale causa della febbre puerperale, e rappresenta un caso emblematico della chiusura del mondo scientifico di fronte alle nuove scoperte.

La febbre puerperale, ai tempi di Semmelweiss, uccideva misteriosamente migliaia di puerpere, soprattutto nei grandi ospedali. Semmelweiss, in seguito ad attente osservazioni e a una serie di coincidenze fortuite, giunse alla conclusione che la malattia fosse provocata dagli stessi medici e studenti i quali, secondo una prassi abbastanza comune a quel tempo, venivano spesso a visitare le pazienti dopo aver fatto pratica di dissezione dei cadaveri, in sala anatomia.

Per verificare la sua ipotesi, Semmelweiss ordinò che tutte le persone del suo reparto si lavassero bene le mani con una soluzione disinfettante (cloruro di calcio) prima di qualsiasi contatto con le pazienti.
Tale direttiva portò a una drastica riduzione dei decessi.

Il valore della scoperta (così semplice e geniale, n.d.r.), tuttavia, fu contestato aspramente dalla maggioranza dei medici del tempo, che gli rivolsero una tale quantità di accuse da provocare addirittura la sua espulsione dall’ospedale e in seguito anche dalla cattedra universitaria di Budapest, che gli era stata offerta nel 1885.”

Per dirla tutta, sembra che il carattere fumantino, un po’ bizzarro e non perfettamente ligio alle regole di Semmelweis contribuì non poco alla sua emarginazione. In ogni caso :

“i dati che Semmelweiss forniva a sostegno della propria tesi erano molto eloquenti: nell’anno 1846, su 4.010 puerpere ricoverate nel suo reparto, ne erano morte ben 459 (più dell’11%); nel 1847, con l’adozione del lavaggio delle mani con cloruro di calcio verso la metà dell’anno, su 3.490 pazienti ricoverate, ne erano morte 176 (il 5%); l’anno successivo proseguendo la pratica del lavaggio, su 3.556 ricoveri, i decessi erano scesi ad appena 45 (poco più dell’1%). Questi risultati, anche se forse lasciavano ancora un piccolo margine di dubbio (poteva trattarsi di una semplice coincidenza) avrebbero dovuto almeno suscitare qualche interesse in coloro che avevano a cuore il progresso della medicina, così da spingere a nuove sperimentazioni per sottoporre a verifica l’ipotesi. Invece, essi vennero praticamente ignorati.” (1)

“Dopo la pubblicazione della sua opera fondamentale Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale, l’opposizione nei confronti di Semmelweiss divenne ancor più agguerrita, tanto che egli, stanco e deluso, cadde in un lungo periodo di depressione. I suoi nemici ne approfittarono allora per farlo internare in un manicomio, dove poco dopo egli morì”. (2)

Migliaia di partorienti continuarono a morire, finchè alla lunga la teoria di Semmelweis non venne accettata. Ma questo fu possibile solo quando la generazione dei suoi contemporanei scomparve e venne sostituita da una generazione di giovani medici dalla mente aperta in grado superare i pregiudizi e le cristallizzazioni mentali dei vecchi baroni.

Come infatti ha spiegato acutamente Thomas Kuhn (3), nessuna teoria nuova e rivoluzionaria, per quanto geniale e ricca di prove, può essere accettata dall’establishment scientifico. Produce piuttosto una situazione di crisi, in cui la comunità cerca di negare o ridimensionare il fenomeno anomalo.
La nuova teoria viene accettata solo quando una nuova generazione di ricercatori, adottando un nuovo “paradigma”, riesce a superare gli schemi mentali della generazione precedente.

Oggi i vecchi baroni continuano a difendere chemioterapia, radioterapia e tutta quella devastante ed invasiva pratica “terapeutica”, peraltro molto redditizia, anche perchè non possono mutare il loro “paradigma”, con il quale hanno costruito la loro carriera e le loro conoscenze. Sarebbero costretti ad uno sforzo psicologico e mentale al di fuori della loro portata.
Di conseguenza tutte le teorie alternative sul cancro (Di Bella, Hamer, Kremer, ecc.) potranno essere seriamente prese in esame dall’establishment scientifico solo quando questa classe dominante scomparirà per vecchiaia.

Sta ad ognuno di noi decidere se aspettare (la maggior parte dei baroni è oltre i settanta) o se infischiarsene ed iniziare a pensare in maniera nuova da subito.

(1) Oggi, seguendo la logica dei detrattori di Hamer, si potrebbe sostenere che Semmelweis, con la sua prassi, fece morire più di 220 pazienti in 2 anni.

(2) Tutto il corsivo virgolettato è tratto da: http://www.ildiogene.it/EncyPages/Ency=Semmelweis.html

(3) “La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche”, Thomas Kuhn

Posted by Gian Paolo Vallati at 10:40:55 | Permalink | Comments (2)

Tuesday, October 30, 2007

GLI IMPRENDITORI DEL CANCRO


Giampaolo Angelucci,
proprietario di “Libero” e di un impero di cliniche private

Una serie di articoli del prestigioso quotidiano “Libero”, ad opera dell’autorevole giornalista Peppe Rinaldi, tentano violentemente di screditare varie forme di terapie anti-cancro non ortodosse, a cominciare dalla terapia del dottor Hamer.

Un titolo per tutti: “Il pensiero cura il tumore - L’ultima truffa new age”.

La grande preoccupazione di questo servo delle multinazionali del farmaco è quella che la Nuova Medicina Germanica del dottor Hamer stia prendendo piede anche in Italia.

Ma c’è un motivo per tanto allarmismo livoroso. E ce lo spiega Marcello Pamio, organizzatore di un convegno sulla libertà di scelta terapeutica.

“Libero” e tutti i suoi servi sono a libro paga degli Angelucci, imprenditori proprietari di un impero di cliniche private, dove vengono somministrate le lucrosissime “cure” a base di chemioterapia e consimili.

Così tutto quello che può mettere in crisi il grande business, va stroncato sul nascere.  Gli affari prima di tutto.
Ricordatelo, ogni volta che sentirete parlare di Truffa o Ciarlatani, riferiti a metodi di cura alternativi.

Per chi voglia conoscere davvero quale sia la reale validità della chemioterapia consiglio di leggere “Chemioterapia, una pratica assassina”, (reperibile al link http://www.aerrepici.org/chemio.pdf ) del dottor Alberto R. Mondini, autore del libro Kancropoli, la Mafia del Cancro.

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Thursday, October 11, 2007

MALATTIA E GUARIGIONE

Riporto una breve ma profondissima riflessione di Marcello Pamio, direttore del sito www.disinformazione.it , a proposito di cura delle malattie, e sui vari sistemi che vengono proposti, anche dalle medicine cosiddette “alternative” o integrative:

“L’unico modo di guarire veramente è prendere in mano la propria vita, diventando finalmente responsabili della propria malattia e quindi della propria salute.
Solo conoscendo fino in fondo la malattia e la sua vera origine, è possibile veramente fare qualcosa, tutto il resto serve a poco.

L’osservazione di un fenomeno (vedi sintomo) semplicemente per quello che è esteriormente, guardandolo e basta, non serve alla vera guarigione; se invece ci si ‘allontana’, allargando l’orizzonte osservabile, cioè, se si osserva aldilà del sintomo, allora si può (forse) comprendere che c’è dell’altro oltre alle cellule impazzite, oltre ad un fegato ingrossato, ad una emicrania, ecc.
C’è un essere che va ben oltre al semplice corpo fisico…

Qui sta il segreto della vera libertà di scelta terapeutica: non ci può essere scelta se non si comprende appieno cos’è la malattia e soprattutto cosa implica dentro di noi la guarigione.

Se al posto del veleno chiamato chemioterapia uso delle erbe naturali, o l’ascorbato di sodio o il bicarbonato di sodio puro, certamente intossico meno l’organismo, ma faccio scattare la vera guarigione? Giungo fino alla matrice originaria del problema, o mi limito sempre e solo alla parte apparente, al sintomo, alla manifestazione materiale, seppur in modo naturale?

Che ci piaccia o non ci piaccia, siamo sempre all’interno del paradigma allopatico, cioè sintomatico, mentre la guarigione vera è sempre e solo autoguarigione che implica la comprensione globale dell’essere: corpo, anima e spirito.

Se ci limitiamo a considerare solo il corpo fisico, con i sintomi, con le manifestazioni corporee, avremo solamente considerato uno dei tre aspetti, tralasciando però gli altri due.
La stessa cosa se consideriamo solo l’aspetto animico o solo quello spirituale.”

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Tuesday, September 25, 2007

Cancro: la mutilazione preventiva

La notizia lanciata nei giorni scorsi dal New YorkTimes è davvero degna di nota, perchè evidenzia la follia (e la disonestà) che ormai pervade il mondo della cosiddetta “informazione” scientifica.

Le agenzie di stampa hanno riportato “la storia di Deborah Lindner, una donna di 33 anni che ha effettuato un test genetico e ha scoperto di avere il 50 per cento di probabilità di ammalarsi di cancro al seno nel corso della sua vita. L’appuntamento regolare con la mammografia e uno stile di vita salutare non sono bastate a tranquillizzarla. Per questo Deborah ha scelto di risolvere il problema alla radice: sottoponendosi alla mastectomia. Si è privata di un seno perfetto per non trovarsi un giorno a combattere un seno malato.

Tutti i quotidiani hanno riportato la notizia come se fosse una cosa normale, quasi una logica terapia preventiva. In una trasmissione mattutina della rete 2 Rai un programma con “esperti” trattava la questione con lo stesso tono asettico.

Il Corriere, nell’articolo di una certa Elena Dusi, ha riproposto la consueta spiegazione truffaldina, e cioè che esistono dei geni specifici che predispongono al cancro del seno. E che un test possa svelare le probabilità della malattia.

Il business dell’ingegneria genetica continua a ripetere che esistono geni che predispongono o causano determinate malattie (il gene dell’obesità, dell’ipertensione o addirittura dell’antipatia…)

La realtà è ben diversa, e lo aveva ben spiegato M. Blondet in un articolo che ho postato di recente.

Il senso della questione è riassunto nelle parole di Barbara Caulfield, vicepresidente di una ditta d’avanguardia nel campo, la Affymetrix, che ha scritto nel 2002:
«Il genoma è di una complessità enorme, e la sola cosa che possiamo dire di esso con certezza è quanto abbiamo ancora da imparare dal DNA»…. «Stiamo imparando che molte malattie non sono dovute all’azione di un singolo gene, ma a interferenze tra multipli geni. Di recente è stata decodificata la struttura genetica di una delle forme più virulente di malaria, e si è visto che coinvolge l’interazione di 500 geni».

Per cui ogni test che si basi sull’individuazione di un singolo gene non è altro che una truffa, così come ogni presunta terapia genetica.

Resta da capire se la sventurata Deborah sia solo una povera disturbata mentale o una delle prime vittime della propaganda delle multinazionali, che diverrà sempre più pressante nel prossimo futuro.

 

Posted by Gian Paolo Vallati at 14:12:24 | Permalink | No Comments »