Mercoledì 14 Novembre 2007

HAMER E LA LEZIONE DI SEMMELWEIS


IGNAZ P. SEMMELWEIS

Dicono che il dottor Ryke G. Hamer, autore di una controversa teoria sul cancro ed altre malattie, sia una persona non molto equilibrata dal punto di vista psichico. Lo ha velatamente ipotizzato anche Umberto Veronesi, il noto esponente della Casta del Cancro.

Personalmente non so se sia vero. Molti degli atteggiamenti di Hamer mi sembrano in effetti quantomeno bizzarri. Certe sue prese di posizione (non mediche, ma politiche) lasciano davvero il tempo che trovano. Ed in fondo non giurerei sulla salute mentale di nessuno, tantomeno della mia.

Quello che so è che le teorie di Hamer sono estremamente interessanti, e che si legano a quel filone che parte proprio nel nostro paese con l'opera di Luigi Oreste Speciani. Negli anni '60 Speciani fu il primo ad affermare che alla base del cancro c'è un enorme sofferenza psicologoca. Anzi, dell'Anima, come lui amava dire. E che non è possibile nessuna vera guarigione se non si affronta questo aspetto, il disperato dolore della Psikè. Il suo libro "Di Cancro si vive" fu una vera rivelazione per molti.



Ora Speciani era un grandissimo anatomo-patologo, molto stimato dai suoi colleghi e perfettamente inserito nell'ambito universitario del suo tempo. Insomma, non era certo un esponente della famigerata corrente new-age. Oggi, a più di trent'anni dalla sua scomparsa, i suoi allievi della Scuola di Medicina Integrata lavorano silenziosamente nell'ombra, senza cercare la luce dei riflettori, preferendo curare e guarire piuttosto che richiedere l'approvazione della "Scienza Ufficiale".

Hamer invece ha avuto la grande colpa di essersi schierato apertamente, di essersi messo contro il grande business della "Ricerca sul Cancro". E lo ha fatto spesso con i suoi modi, eccessivi, bizzarri, e forse un po' folli.

Per questo mi ricorda molto il povero Ignaz Semmelweis che, nonostante la sua geniale scoperta, morì pazzo e screditato dalla "Scienza" del suo tempo. Vediamo la sua storia, come riportata su Il Diogene ( http://www.ildiogene.it/):

"Medico ungherese, Semmelweis è considerato lo scopritore della principale causa della febbre puerperale, e rappresenta un caso emblematico della chiusura del mondo scientifico di fronte alle nuove scoperte.

La febbre puerperale, ai tempi di Semmelweiss, uccideva misteriosamente migliaia di puerpere, soprattutto nei grandi ospedali. Semmelweiss, in seguito ad attente osservazioni e a una serie di coincidenze fortuite, giunse alla conclusione che la malattia fosse provocata dagli stessi medici e studenti i quali, secondo una prassi abbastanza comune a quel tempo, venivano spesso a visitare le pazienti dopo aver fatto pratica di dissezione dei cadaveri, in sala anatomia.

Per verificare la sua ipotesi, Semmelweiss ordinò che tutte le persone del suo reparto si lavassero bene le mani con una soluzione disinfettante (cloruro di calcio) prima di qualsiasi contatto con le pazienti.
Tale direttiva portò a una drastica riduzione dei decessi.

Il valore della scoperta
(così semplice e geniale, n.d.r.), tuttavia, fu contestato aspramente dalla maggioranza dei medici del tempo, che gli rivolsero una tale quantità di accuse da provocare addirittura la sua espulsione dall'ospedale e in seguito anche dalla cattedra universitaria di Budapest, che gli era stata offerta nel 1885."

Per dirla tutta, sembra che il carattere fumantino, un po' bizzarro e non perfettamente ligio alle regole di Semmelweis contribuì non poco alla sua emarginazione. In ogni caso :

"i dati che Semmelweiss forniva a sostegno della propria tesi erano molto eloquenti: nell'anno 1846, su 4.010 puerpere ricoverate nel suo reparto, ne erano morte ben 459 (più dell'11%); nel 1847, con l'adozione del lavaggio delle mani con cloruro di calcio verso la metà dell'anno, su 3.490 pazienti ricoverate, ne erano morte 176 (il 5%); l'anno successivo proseguendo la pratica del lavaggio, su 3.556 ricoveri, i decessi erano scesi ad appena 45 (poco più dell'1%). Questi risultati, anche se forse lasciavano ancora un piccolo margine di dubbio (poteva trattarsi di una semplice coincidenza) avrebbero dovuto almeno suscitare qualche interesse in coloro che avevano a cuore il progresso della medicina, così da spingere a nuove sperimentazioni per sottoporre a verifica l'ipotesi. Invece, essi vennero praticamente ignorati." (1)

"Dopo la pubblicazione della sua opera fondamentale Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale, l'opposizione nei confronti di Semmelweiss divenne ancor più agguerrita, tanto che egli, stanco e deluso, cadde in un lungo periodo di depressione. I suoi nemici ne approfittarono allora per farlo internare in un manicomio, dove poco dopo egli morì". (2)

Migliaia di partorienti continuarono a morire, finchè alla lunga la teoria di Semmelweis non venne accettata. Ma questo fu possibile solo quando la generazione dei suoi contemporanei scomparve e venne sostituita da una generazione di giovani medici dalla mente aperta in grado superare i pregiudizi e le cristallizzazioni mentali dei vecchi baroni.

Come infatti ha spiegato acutamente Thomas Kuhn (3), nessuna teoria nuova e rivoluzionaria, per quanto geniale e ricca di prove, può essere accettata dall'establishment scientifico. Produce piuttosto una situazione di crisi, in cui la comunità cerca di negare o ridimensionare il fenomeno anomalo.
La nuova teoria viene accettata solo quando una nuova generazione di ricercatori, adottando un nuovo "paradigma", riesce a superare gli schemi mentali della generazione precedente.

Oggi i vecchi baroni continuano a difendere chemioterapia, radioterapia e tutta quella devastante ed invasiva pratica "terapeutica", peraltro molto redditizia, anche perchè non possono mutare il loro "paradigma", con il quale hanno costruito la loro carriera e le loro conoscenze. Sarebbero costretti ad uno sforzo psicologico e mentale al di fuori della loro portata.
Di conseguenza tutte le teorie alternative sul cancro (Di Bella, Hamer, Kremer, ecc.) potranno essere seriamente prese in esame dall'establishment scientifico solo quando questa classe dominante scomparirà per vecchiaia.

Sta ad ognuno di noi decidere se aspettare (la maggior parte dei baroni è oltre i settanta) o se infischiarsene ed iniziare a pensare in maniera nuova da subito.


(1) Oggi, seguendo la logica dei detrattori di Hamer, si potrebbe sostenere che Semmelweis, con la sua prassi, fece morire più di 220 pazienti in 2 anni.

(2) Tutto il corsivo virgolettato è tratto da: http://www.ildiogene.it/EncyPages/Ency=Semmelweis.html

(3) "La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche", Thomas Kuhn





Posted by Gian Paolo Vallati at 11:40:55 | Permanent Link | Comments (2) |

Domenica 11 Febbraio 2007

Il bombardamento di Dresda

 

Tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario del bombardamento di Dresda da parte degli Alleati.

Pochi ne sentiranno parlare, dato che ormai le "giornate della Memoria" sono riservate a quelli che vincono e che poi scrivono la storia che vogliono.

Ma i vincitori spesso non sono migliori di chi viene sconfitto.
Riporto brani di un articolo che Vittorio Messori scrisse (1) nel 2002:

"[...] In effetti, gli storici, che hanno ormai accesso anche agli archivi degli Alleati, sembrano concordi sul fatto che quello di Dresda fu il bombardamento più sanguinoso, più perverso, più inutile della storia.

Più sanguinoso: a causa del caotico afflusso di profughi, in fuga davanti all'avanzata russa, una cifra precisa dei morti non potrà mai essere stabilita. I cadaveri furono bruciati (a decine di migliaia, ammassati dalle ruspe, senza alcuna possibilità di riconoscimento) sopra pire improvvisate con rotaie ferroviarie. C'è comunque accordo sul fatto che le vittime, in una sola notte, non furono meno di duecentomila [...]

Più perverso : gli strateghi americani e inglesi predisposero minuziosamente modi e tempi del bombardamento, così da uccidere il maggior numero di civili (non c'erano quasi soldati tedeschi né difese antiaeree, a Dresda), non dando scampo neppure a chi era nei rifugi.

Si studiò, poi, il sistema per sterminare anche i soccorritori e per eliminare, come tocco finale, chi, per caso, fosse scampato. Perversa fu la scelta stessa dell'obiettivo da incenerire: la Firenze del Nord, forse il più prezioso - e ancora intatto - scrigno europeo di arte medievale, barocca, rococò.

Si ripeté, cioè, in scala maggiore, il crimine anche culturale del 15 febbraio 1944, con la distruzione «a freddo» dell'abbazia di Montecassino che gli stessi tedeschi si erano rifiutati di fortificare per non esporre a pericoli quel vertice della spiritualità e dell'arte cristiane.

Più inutile : in quel febbraio del 1945, il Reich agonizzava, a due mesi dalla fine. Gli Alleati erano al Reno, i Sovietici in Prussia, Hitler già si era murato nel bunker berlinese. Ancora pochi giorni e i Russi sarebbero entrati in una Dresda affollata da una turba disperata di vecchi, donne, bambini, fiduciosi di essere protetti dalla bellezza della città.

Malgrado ogni ipotesi e dietrologia, ancor oggi non si trova spiegazione possibile per quello che fu voluto lucidamente come il maggior massacro della storia, ma che nessuna ragione militare giustificava.

Se neppure l'apertura degli archivi militari ci ha rivelato il «perché», conosciamo ormai bene il «come» di un'apocalisse programmata in sei atti. Il primo atto fu alle 22 del 13 febbraio, con le squadriglie dell'avanguardia, incaricate di inquadrare l'area dell'olocausto con speciali bombe luminose: contro ogni convenzione e umanità, è il centro sovraffollato che si voleva polverizzare, senza sprecare colpi su fabbriche o aree ferroviarie.

Il secondo atto vide in azione un'ondata di quadrimotori che sganciò ordigni dirompenti, per sbriciolare i vetri e scoperchiare i fragili tetti in legno della città antica, così da creare correnti d'aria e facilitare il lavoro delle bombe incendiare. Queste - nella misura di ben seicentomila, scaricate da 400 aerei - furono le protagoniste del terzo atto.

A quel punto, Dresda non era che un mare di fiamme, l'operazione sembrava conclusa. In realtà, i pianificatori anglosassoni avevano deciso che questo non bastava: bisognava uccidere anche le turbe ammassate nei rifugi sotterranei e massacrare quanto restava di infermieri e pompieri in quella regione della Germania.

Ci fu, dunque, un quarto atto, alcune ore dopo. Mentre già fervevano i soccorsi, sul cielo di Dresda apparvero altre centinaia di bombardieri con un compito davvero diabolico: come si era scoperto colpendo Amburgo, stendere un tappeto di esplosivo su una città già in fiamme provocava il Fire Storm, una spaventosa «tempesta di fuoco», con venti a duecento all'ora e temperature fino a mille gradi. Le correnti d'aria arroventate causavano una tale saturazione di gas tossici da provocare la morte anche di coloro che erano nei rifugi più sicuri.

E così avvenne. Ma se per caso, malgrado tutto, ci fosse stato qualche superstite alla «tempesta»?

Americani e inglesi avevano dunque previsto un quinto atto, che completasse la «pulizia etnica»: quando il sole era già sorto, e da Dresda si levava una colonna di fumo visibile a 150 chilometri, giunse un'altra ondata, questa volta di cacciabombardieri americani, incaricati di mitragliare qualunque cosa si muovesse ancora sulle strade.

Ma non era finita: per convincere davvero che per nessuno, solo in quanto tedesco, c'era scampo, la notte seguente (fu il sesto atto) fu sottoposta a bombardamento a tappeto Chemnitz, la città più vicina, dove qualche scampato era riuscito a rifugiarsi, grazie a una ferrovia che ancora funzionava.
[...]
Poco più di un anno dopo, tutti, assieme agli uomini di Stalin, sedevano a Norimberga per giudicare i tedeschi - ed essi soli - per «crimini contro l'umanità».

 

(1) da Il Corriere della Sera del 28 settembre 2002 - (il corsivo è mio)

Posted by Gian Paolo Vallati at 15:16:51 | Permanent Link | Comments (1) |