Giovedì 26 Luglio 2007

DNA: teoria sbagliata, ma buona per il business

Un altro straordinario articolo di Maurizio Blondet, con informazioni che difficilmente troverete sui media "ufficiali", ormai schiavi degli inserzionisti pubblicitari e delle multinazionali che li pagano.
tratto dal sito www.effedieffe.com

 

Sta crollando la teoria centrale sulla natura del DNA.
Quella da cui si è sviluppata la biotecnologia, su cui si basano la cosiddetta «mappatura del genoma», l’industria del «geneticamente modificato» e le promesse di mirabolanti farmaci e il connesso giro d’affari: 73,5 miliardi di dollari nel mondo.
Di che si tratta?
Della teoria elaborata dai primi biologi tra il 1965 e il 1973, quando scoprirono che il gene che produce l’insulina nell’uomo ha un gene corrispondente nel maiale, che produce pure insulina (per maiali).
Ciò ha dato vita a quello che si chiama «il dogma centrale della biologia molecolare»: la convinzione che - nella lunghissima catena del DNA - ogni singolo gene contiene le informazioni per produrre una singola proteina.
In tal modo, la catena del DNA viene concepita come «una collanina» di perle, in cui ogni perla (gene) ha una funzione specifica, ben determinabile, con chiari confini tra un gene e l’altro.
Di qui la conseguenza: l’idea che si possa innestare il gene insulinico del maiale nell’uomo e fargli produrre insulina per diabetici, senza effetti collaterali sconosciuti.
Oppure: inserire un gene del fegato umano nel riso, il gene di un batterio nella patata e così via, ottenendo risultati prevedibili… e commerciabili.
Adesso però, scienziati senza scopo di lucro hanno scoperto ciò che da tempo si sospettava: il genoma umano non è «una nitida collezione di geni indipendenti», né ogni sequenza di DNA è collegata ad una singola funzione. (1)
Al contrario, i geni operano stabilendo fra loro una complicatissima «rete», si influenzano a vicenda e spesso sovrappongono le loro funzioni con altri geni, in un processo «intelligente», dinamico e delicato nel controllo del processo cellulare, che coinvolge persino la meccanica quantistica.
Né il DNA né alcuno dei suoi geni sono «micro-oggetti» che possono essere separati e manipolati con effetti certi e prevedibili, ma un «tutto» che agisce in modo misterioso e ancora poco compreso.

A questa conclusione è giunto, dopo 4 anni di sperimentazioni, l’US National Human Genome Research Institute, che non è solo americano ma consorzia 35 gruppi di ricerca in 80 laboratori nel mondo.

Secondo l’Istituto, le sue scoperte «obbligano gli scienziati a ripensare le loro opinioni di lunga data su cosa è il gene e come funziona».
In pratica, il fondamento teorico della ingegneria genetica è dimostrato gravemente incompleto.
In realtà, da anni cova nella biologia molecolare una visione non-riduzionista del DNA.
Ma questa visione non ha avuto abbastanza finanziamenti, perché la teoria semplicista-meccanicista («Un gene - una proteina») si adattava meglio a ciò che viene chiamato «il gene industriale», sfruttabile, brevettabile e vendibile come farmaco o alimento.
«Il gene industriale è un gene che può essere definito, rintracciato, di cui si può provare che ha effetti uniformi, che può essere brevettato e venduto», dice Jack Heinemann, docente di biologia molecolare alla Università di Canterbury in Nuova Zelanda, nonché direttore del Centro per la Ricerca Integrata in Bio-sicurezza (biosafety).
Così, è la ricerca sul «gene industriale» che ha avuto i fondi, praticamente dalla Borsa.
Questa «scienza» ha già brevettato in USA ben 4 mila geni umani (e decine di migliaia di geni di piante, animali, batteri) dichiarando che ciascuno «codifica una specifica funzione».
E’ la stessa «scienza» che si è occupata di quel 5% del DNA che si «esprime» (codifica proteine), dichiarando che il restante 95% era «silente», che non serviva a niente, che era «imbottitura» o ancor peggio «spazzatura, residuo di errori evolutivi».
Ora si comincia a temere che questo DNA-spazzatura (junk-DNA) svolga funzioni silenziose ma essenziali «in rete».
E sia più importante del 5% che «si esprime».
Perché c’è da temere?

Perché l’innesto di un gene da una specie ad un’altra non svolge «una sola funzione specifica», ma agisce «olisticamente» su tutto in modi imprevedibili, e potenzialmente pericolosi per l’individuo-ospite.

Barbara Caulfield, vicepresidente di una ditta d’avanguardia nel campo, la Affymetrix, lo aveva già scritto nel 2002 in un rapporto intitolato: «Perché odiamo i geni brevettati» (Why we hate gene patents).
«Il genoma è di una complessità enorme, e la sola cosa che possiamo dire di esso con certezza è quanto abbiamo ancora da imparare dal DNA».
Per esempio: «Stiamo imparando che molte malattie non sono dovute all’azione di un singolo gene, ma a interferenze tra multipli geni. Di recente è stata decodificata la struttura genetica di una delle forme più virulente di malaria, e si è visto che coinvolge l’inter-azione di 500 geni».
«Nel nostro ambiente ci siamo sempre detti con preoccupazione che la commercializzazione della biotecnologia era prematura, essendo basata su una comprensione della genetica che sapevamo incompleta», dice il neozelandese Heinemann.
E accusa l’ufficio di biotecnologia della Food and Drugs Administration (FDA), l’ente scientifico-burocratico americano che autorizza l’uso di farmaci e di alimenti, e che dal 1992 ha dato l’approvazione al primo alimento geneticamente modificato.
«Poiché questo ufficio-patenti crede alla teoria che i geni agiscano indipendentemente l’uno dall’altro, non è cosciente degli effetti e rischi potenziali che nascono dal DNA-rete».
Anzi, per anni chi esprimeva dubbi sulla sicurezza della bio-genetica per la salute è stato deriso come non-scientifico.
Nel 2004, ad una conferenza d’alto livello sul tema, il fondatore dell’ufficio biotecnico presso il FDA, dottor Heny I. Miller, ha ancora una volta affermato: «Sia la teoria, sia l’esperienza confermano la straordinaria prevedibilità e sicurezza per la salute della tecnica di taglio dei geni e dei suoi prodotti».
Va detto che Miller è anche membro della Hoover Institution, la fondazione «culturale» che fa la più energica lobby per gli OGM e la loro innocuità.
Ora, rischia di passare alla storia (speriamo) come il ridicolo astronomo geocentrico che si rifiutava di guardare nel cannocchiale di Galileo, temendo per la sua teoria.
Ora, la teoria dice che il DNA non è una collanina, ma una rete dinamica.
E ciò rivoluziona tutto.

Decenni di ricerca, migliaia di ricercatori, miliardi di dollari sono stati dedicati ad un mito scientifico, inquadrabile a sua volta nel mito darwiniano evoluzionista e nel più generalmente ridicolo «riduzionismo» e meccanicismo scientista.

Ma almeno, l’astronomo aristotelico ridicolizzato da Galileo non era pagato per la sua teoria superata, non aveva interessi economici per affermarla.
Oggi, c’è il sospetto che il business del «genoma industriale» abbia soppresso deliberatamente i filoni di ricerca che, rischiando di smentirlo, mettevano a rischio i profitti e le promesse pubblicitarie.
Infatti, un articolo apparso nel 2004 su Nature Genetic (un importante rivista scientifica) proponeva che i ricercatori impegnati nell’industria biotecnica cominciassero a rendere pubblici i loro «segreti del mestiere», in modo che i revisori scientifici potessero esaminare davvero le loro mirabolanti promesse e gli effetti collaterali.
Ciò perché, dice Heinemann, molte ditte biotech già conducono studi genetici sulle interferenze che i loro «prodotti» subiscono dal DNA-rete.
Ma poiché non sono obbligati a dichiarare la maggior parte dei loro dati all’«ufficio-brevetti» del FDA, non lo fanno.
E così, sia i ricercatori sia i regolatori burocratici «continuano a rendersi ciechi di fronte agli effetti-rete».
E’ la scienza di Cretinopoli, la scienza dei ciechi volontari; dove a dettare la ricerca sono le quotazioni azionarie e la propaganda.
E che sopprime e ridicolizza le sempre più numerose esperienze sulla pericolosità delle sementi e degli alimenti geneticamente modificati.
La cosa è così importante, che Vale la pena che anche il grande pubblico ignaro capisca di cosa si stia parlando, onde cominciare - magari - a resistere ai burocrati che anche in Europa premono (pagati dalle note lobby) per gli OGM, e che ce li mettono surrettiziamente nel piatto.
Dunque, ecco un semplice catechismo:

L’ingegneria genetica è basata su una teoria superata
Ossia sulla credenza, elaborata nel 1973, che ogni gene riproduce un singolo tratto, una singola proteina.
Sbagliato è dunque il corollario: che si possa trasferire un certo tratto o proteina trasferendo un singolo gene da una specie all’altra.
I geni non sono portatori di una sola funzione
La quadriennale ricerca dell’US National Human Genome Research Institute ha provato oltre ogni dubbio che i geni del DNA agiscono «in reti in cui l’effetto di ogni gene è deciso dall’azione reciproca su questo gene di molti altri», in modo olistico non ancora ben compreso.
Il brevetto dei geni è una frode
Frode basata sul mito che ogni gene codifica una proteina o un tratto.
Su questi brevetti si basa un’industria da 74 miliardi di dollari.
Senza questi brevetti, questa industria non sopravviverebbe.
La bio-ingegneria è radicalmente imprevedibile negli effetti, e perciò non sicura per la salute La scoperta che i geni operano in reti che decidono il comportamento dei geni devasta le precedenti «valutazioni del rischio».


L’uso di sementi o cibi geneticamente modificati, fieramente imposti da entità multinazionali come la Monsanto, è dunque rischioso fino a quando la nuova teoria non consentirà una valutazione del rischio sulle nuove basi.
Si sono già verificati incidenti da «cattiva valutazione».
L’agghiacciante produzione di triptofano con l’uso di un batterio geneticamente modificato, prodotto dalla ditta giapponese Showa Denko, e che ha portato alla morte di 37 persone e all’invalidità permanente di altre 1.500, può essere un caso esemplare degli effetti del riduzionismo scientifico coniugato al business: si veda la storia al sito PRAST, «Physichians and Scientists for responsible application of Science and Technology», http://psrast.org/demsd.htm.

Maurizio Blondet


Note
1) Denise Caruso, «Challenge to gene theory, a tougher look at Biotech», New York Times, 1 luglio 2007. Denise Caruso non è una semplice giornalista; è direttrice dell’Hybrid Vigor Institute, «an independent, not-for-profit research organization and consultancy that is dedicated to interdisciplinary and collaborative problem solving».

 

 

Posted by Gian Paolo Vallati at 12:02:57 | Permanent Link | Comments (0) |

Giovedì 12 Luglio 2007

La soia fa male?

Un interessante articolo di Maurizio Blondet che sfata uno dei miti dell'alimentazione naturale. Da leggere con attenzione:

Soya, il falso cibo
05/01/2007 - www.effedieffe.com

Qualche anno fa, in Svezia, una ragazzina ebbe un attacco d’asma dopo aver mangiato un hamburger in un noto fast-food, e ne morì.
Le analisi rivelarono che la causa della morte era la piccola percentuale di soya (2,2 %) contenuta nella carne macinata, che aveva scatenato la fatale reazione anafilattica.
Le successive indagini ordinate dal ministero della Sanità hanno appurato che cinque giovanissimi svedesi erano morti per shock da soya tra il 1993 e il 1996 e tutti ne avevano mangiata senza disturbi fino al giorno dell’attacco.
Da allora in Svezia si cerca di limitare l’apporto di soya in tutti i bambini asmatici e che presentano altre allergie, specialmente alle noccioline americane.
Il fatto ha indotto a riesaminare le meravigliose qualità che la pubblicità attribuisce alla soya: come proteina vegetale digeribilissima, che contrasta il colesterolo cattivo, e che previene il cancro; sostituto ideale per chi soffre di intolleranza al latte; il cibo preferito dai vegetariani; fagiolo della longevità, di cui gli asiatici si alimentano da millenni e a cui devono la loro buona salute...
Tutte menzogne, e menzogne pericolose.
Anzitutto, se è vero che i cinesi hanno usato la soya «da millenni», è anche vero che l’hanno usata non come cibo ma come fertilizzante naturale del suolo (piantare soya arricchisce la terra di azotati), fino a quando, verso il 264 avanti Cristo, non fu sviluppato in Cina il processo di fermentazione che trasforma la purea di soya in una salsa, nota oggi col nome giapponese di «miso»: un condimento, non un alimento.
In seguito, un alchimista cinese scoprì che la pasta di soya, se trattata con clorato di magnesio (un sale di cui sono ricche certe alghe), coagulava: e nacque il «tofu», il formaggio di soya.
Ma gli asiatici hanno mangiato il «tofu» solo in piccole quantità e saltuariamente, salvo che in periodi di carestia.
In realtà, il consumo quotidiano di soya e dei suoi derivati in Cina, Giappone, Corea ed Indonesia varia tra i 9 e il 36 grammi al giorno: quantità da confrontare con i 240 grammi di una tazza di «latte di soya» e la porzione di tofu (252 grammi) che consuma giornalmente un vegetariano europeo o americano convinto di difendersi così dal colesterolo cattivo e dal tumore.

Ma il peggio è che la soya la mangiamo tutti, anche se non vogliamo.

Come s’è visto, essa viene aggiunta come legante negli hamburger.
Si trova spesso nella carne in scatola e persino nel tonno, in molti biscotti, nelle barrette «energetiche» e dolciarie amate dai bambini; senza dire dei sostituti del latte in polvere per lattanti, molto usati dalle mamme sicure così di far del bene al loro piccino.
La soya è onnipresente sulle nostre tavole.
La lecitina di soya viene addirittura raccomandata da certi medici come alimento
anti-colesterolo.
La stessa proteina viene «testurizzata» per ricavarne un cibo che ha - grazie ad additivi artificiali - il sapore e l’apparenza della carne di manzo o di pollo, e raccomandata per chi deve evitare le proteine animali.
Ma la sua produzione avviene con procedimenti industriali piuttosto allarmanti.
In pratica, la farina di soya, depurata dal suo grasso, viene spremuta in macchine da estrusione (lo stesso procedimento usato per fabbricare le posate di plastica).
La proteina viene isolata dalle altre sostanze mescolando la pasta di soya grezza con una soluzione caustica alcalina, e poi lavata con una soluzione acida per far precipitare la lecitina.
Immerso il prodotto di nuovo in una soluzione alcalina, esso viene asciugato a temperatura altissima, e infine «testurizzato» in filamenti, con le stesse procedure usate nell’industria tessile.
Questa manipolazione libera il prodotto dalle componenti che provocano flatulenza (si tratta pur sempre di un fagiuolo), ma anche dalle vitamine e dai sali minerali.
E la qualità della proteina così «torturata» va a farsi benedire.

Per di più, gli scienziati sanno (ma non il pubblico) che la soya contiene tossine e sostanze chiamate «anti-nutrienti»: per esempio un inibitore della proteasi, l’enzima che consente di digerire le proteine; i «fitati», che bloccano l’assimilazione dei minerali, causano deficienze di calcio e zinco; lectine e saponine provocano disturbi gastro-intestinali.
La cosa è così nota che negli allevamenti, che al bestiame alimentato con panelle di soya, la dieta viene arricchita con l’aggiunta di minerali, vitamine e metionina, uno speciale amminoacido: altrimenti gli animali perdono peso.
Come hanno appurato in Svezia, la soya è un potente allergenico, che quando non provoca la morte causa però spesso diarrea, disturbi simili al raffreddore, difficoltà di deglutizione.
Peggio: 70 anni di studi su animali ed uomini hanno appurato che la dieta a base di soya provoca gravi disturbi alla tiroide.
Qui, il componente colpevole è il fito-estrogeno o isoflavone, un ormone vegetale contenuto ad alte dosi nella soya, che è un inibitore dell’attività tiroidea e può causare cancro della tiroide.
Il fito-estrogeno pone a rischio lo sviluppo sessuale dei lattanti nutriti con polveri a base di soya come surrogati del latte.
L’infertilità delle vacche nutrite con troppa soya è un fenomeno ben noto agli allevatori.
Nei bambini, l’estrogeno vegetale può contrastare la crescita dei testicoli e la quantità di sperma nell’adulto; nella bambine, una maturazione sessuale precoce con problemi nella vita adulta, dall’amenorrea alla mancanza di ovulazione.


Ma allora chi ha diffuso tutte le favole e i miti sulla soya come «fagiolo del benessere» e della longevità?
Il responsabile è uno dei più potenti e segreti «poteri forti» del mondo: le multinazionali cerealicole note come «il Cartello del grano».
Si tratta di aziende colossali - Cargill, Continental, Bunge, Louis Dreyfuss, Archer Daniel Midland - dai nomi ignoti al grande pubblico: infatti non sono quotate in Borsa, appartenendo per lo più a singole potenti famiglie.
Il loro business consiste principalmente nell’acquisto in blocco di interi raccolti di grano e cereali (ma anche cocco, cacao, olio di palma, arachidi) nei Paesi produttori, Argentina, Brasile, Ucraina, Africa, Australia ed Asia, e nella loro distribuzione mondiale.
Il commercio delle granaglie è altamente strategico: negli anni del comunismo, il «Cartello del Grano» ha spesso salvato il regime sovietico dalle sue ricorrenti carestie, facendogli arrivare discretamente immensi carichi di frumento e di mais.
Gestito dalla borsa-merci di Chicago, il business è praticamente controllato dalle cinque o sei multinazionali sopracitate, dette anche «Sorelle del Grano».
Una di esse in particolare, la Archer Daniel Midland (ADM), ha promosso da decenni la produzione mondiale della soya, ed ha lanciato una enorme campagna per raccomandarla come «proteina della salute».
E’ la ADM (che conta 26 mila dipendenti in tutto il mondo) che produce, commercia e pubblicizza il latte di soya che trovate nel supermercato (e che è lo scarto della coagulazione del «tofu»), che promuove l’olio e la margarina di soya come «acido grasso anticolesterolo», e il surrogato della carne fatto con la soya (Nutrisoy).
E naturalmente, è sempre la ADM che promuove i congressi medici internazionali che magnificano le qualità salutari della soya, e commissiona gli «studi scientifici» che comprovano le miracolose doti del prodotto e dei sottoprodotti, e che le autorità sanitarie prendono per buoni.
Il surplus di produzione della soya è tale, che occorre sempre qualche nuova idea per aumentarne il consumo.
L'ultima novità è l’uso della soya per la produzione di diesel e benzina sintetica - etanolo - per cui questi poteri forti sono riusciti a strappare dagli USA forti sussidi ed esenzioni fiscali.
Il business è in trionfale espansione.

Maurizio Blondet

tratto da : www.effedieffe.com

 

 

Posted by Gian Paolo Vallati at 16:11:41 | Permanent Link | Comments (0) |