Grillo e la rivoluzione che non ci sarà

“La rivoluzione non è un pranzo di gala”Mao Tze Tung.

Quando si pensa alla rivoluzione francese credo che ben pochi possano dimenticare la ghigliottina e l’uso esteso e sistematico che se ne fece. Eppure da questa rivoluzione, con i suoi forconi e le sue teste tagliate,  nacque una repubblica che è stata per secoli un riferimento di legalità e di tolleranza per il mondo occidentale. I valori rivoluzionari di libertà e uguaglianza sono diventati universali e fondamento di tutte le moderne democrazie dell’occidente. Per arrivarci, però, fu necessario spazzare via il vecchio regime, con la sua casta di nobili, cicisbei e parassiti che affamavano il popolo. La violenza e il sangue versato furono i necessari e ineludibili passaggi verso una nuova forma di Stato, più aperta e più equa.

Erano altri tempi e d’altro canto, lo ha dimostrato Gandhi, l’alternativa di una rivoluzione non-violenta è sempre possibile e auspicabile. Anche nel suo caso c’era un nemico ben identificato contro cui combattere, l’impero britannico, occupante e oppressore del popolo indiano. La lotta gandhiana fu lunga, durissima  e costellata da numerosi insuccessi. Ma alla fine, con infinita determinazione sua e del popolo che lo sosteneva, riuscì nel suo obiettivo. L’impero venne sconfitto e l’India ottenne la sua indipendenza.

Ora qui non si tratta di capire se sia più efficace la strada della forza sanguinaria o la pazienza determinata della non-violenza. Il problema è capire se nel nostro paese una rivoluzione politica e sociale sia mai possibile. Il motivo per cui in Italia non c’è mai stata è che una rivoluzione si fa contro un nemico, sia esso un impero invasore o una ben precisa classe dominante. E si fa con una forza e una determinazione che non ammette moderazione.

Invece il nostro paese è costituito a stragrande maggioranza da moderati. Che a volte si posizionano un po’ più “a destra”, altre un poco più “a sinistra”, ma che proprio per questa stretta contiguità arrivano ad avere, con piccole variazioni poco sostanziali, le stesse idee sulle stesse cose. I grandi dogmi dell’economia europoide sui quali tutti concordano (e che non si possono nemmeno mettere in discussione, pena la scomunica) ne sono la dimostrazione. In definitiva gran parte della popolazione italiana pensa moderato, vota moderato, agisce con moderazione. Ammira la moderazione. Il massimo del dissenso consentito è partecipare a  una manifestazione o sfogare la rabbia su internet. Possono toglierti diritti sociali, distruggerti con le tasse e la burocrazia, vessare con l’incompetenza e le ruberie ma per carità, non bisogna alzare la voce. Altrimenti sei un maleducato, un violento. O un fascista, che ci sta sempre bene. Siamo una Grande Repubblica Democristiana dove tutto si media e si contratta e un modo per accordarsi si trova sempre. Il recente matrimonio Renzi-Berlusconi ne è la prova.

Aggiungiamo che in Italia il nucleo fondamentale della società è la famiglia, allargata ed estesa nelle sue varie forme. Siamo una nazione familista, nell’accezione più deteriore: un paese che si organizza per bande, congreghe, partiti politici e associazioni, dove la maggior parte delle persone sono affiliate o compromesse con la ragnatela del potere. Tutti hanno un amico o un parente o un conoscente che gli permetterà di superare lo scoglio burocratico, ottenere un permesso o la licenza per poter lavorare, il posto sicuro nell’amministrazione pubblica, all’università o nel partito. Non sto dando un giudizio morale, faccio una mera constatazione. Molti sono stati costretti al compromesso per poter lavorare o per poter sopravvivere. Altri, che non avevano amicizie o bande a cui affiliarsi, sono stati costretti ad andarsene.

Per questo non ci sarà mai una rivoluzione. Dovremmo lottare contro l’intera struttura sociale e contro una attitudine psicologica atavica e radicata. Impossibile, e soprattutto inutile. Perché, al punto catastrofico in cui siamo, una rivoluzione non avrebbe nessun senso. L’unica possibilità di cambiamento è individuale: la fuga.

Questo ormai è un paese senza futuro. Ce lo dice la situazione demografica: con la natalità più bassa e l’età media tra le più alte dei paesi occidentali siamo un paese di vecchi, senza più energia e senza grandi prospettive.
 Ce lo conferma la situazione economica: le nostre aziende più grandi e strategiche, distrutte da anni di lottizzazioni e incompetenza, sono in svendita sul mercato internazionale: Fiat, Alitalia, Telecom, Poste e tra poco toccherà a Finmeccanica. Il declino attuale è irreversibile, siamo avviati verso un’economia alla greca in un’agonia lenta ma inesorabile. E non ci saranno pensioni a mitigare la catastrofe, il sistema previdenziale è già da ora al collasso. Chi potrà farlo, fuggirà; chi non potrà, resterà a subire la miseria.

Quindi non ha alcun senso consumare le ultime energie per tentare di cambiare questa classe politica, che tra l’altro è totalmente ininfluente rispetto alle grandi scelte economiche e sociali decise dalla burocrazia europoide e dalla finanza internazionale.
 Le decisioni che contano ormai sono prese altrove, ai piani alti e inconoscibili del Potere Mondiale.

Lottare per salvare la nostra indipendenza nazionale? E perché mai? Dobbiamo anzi sperare che questo processo di decomposizione avvenga al più presto, e ciò che resta di bello in questo paese venga requisito dalle nuove potenze mondiali emergenti, arabi, cinesi, russi, iraniani, culture antiche che forse sapranno tenerne in maggior conto di quanto abbiamo fatto noi.
 Il resto lo faranno le nuove generazioni di immigrati, più vitali, prolifiche, ambiziose e determinate al cambiamento. Il futuro dell’Italia è cinese, magrebino, balcanico, senegalese. I loro geni sostituiranno progressivamente i nostri, fino a farli definitivamente scomparire. Forse questo paese rinascerà in una forma nuova, magari migliore.

Tentare di fermare questa valanga mentre quelli che l’hanno causata ti accusano di essere volgare perché alzi la voce o usi il turpiloquio è qualcosa di comico e patetico allo stesso tempo. Se Grillo e i suoi fossero davvero lungimiranti avrebbero capito che rallentare questo processo di disfacimento, oltre a essere impossibile, è anche dannoso. Allunga la vita di questa classe dominante e il ristagno dello stato di cose. Lasciare invece che lo tsunami prossimo venturo travolga questo paese e tutta la palude dello stupidario moderato-politically-correct-radical-chic in cui agonizza, oltre che sano, è inevitabile.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala, è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”, diceva Mao Tze Tung, e per questo gli italiani non la faranno mai. Ci penseranno gli altri, quelli che verranno dopo, tra non molto, a prendersi tutto.

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La coerenza di chi mangia carne.

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L’igiene contronatura

di Edward Goldsmith

(da L’Ecologist Italiano)

In tutto il mondo i piccoli e tradizionali produttori e commercianti di alimenti stanno chiudendo a causa di nuove pesanti leggi governative che impongono spese fuori dalla loro portata in nome dell’”igiene”. Ma la vera ragione è la volontà politica di farli chiudere, per consegnare alle grandi industrie alimentari anche la parte di mercato dei piccoli produttori.

“La scienza è la nuova religione e il disinfettante la sua acqua santa”. George Bernard Shaw

Diventa sempre più difficile sopravvivere, per i piccoli produttori e commercianti alimentari di ogni tipo, nell’economia globalizzata impegnata ad aumentare al massimo i mercati e lo sviluppo. Oltretutto la loro persecuzione è drasticamente aumentata con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che obbligano i governi ad aprire i mercati nazionali agli alimenti importati e di solito pesantemente sovvenzionati, in particolare dagli Stati Uniti. Ad esempio il prezzo della soia importata in India proveniente dagli Stati Uniti sarebbe di 34,8 dollari al quintale, invece degli attuali 15,5, se il governo americano non lo sovvenzionasse. Nessun contadino né in India né altrove può competere con questo prezzo.

Un altro problema è che stiamo vivendo in un mondo sempre più dominato da enormi società, verticalmente integrate, che controllano sempre più ogni aspetto dell’economia. Infatti solo cinque società controllano il 77% del mercato dei cereali nel mondo, mentre solo tre compagnie controllano l’83% del mercato del cacao. Lo stesso vale per l’80% delle banane e l’80% del tè. In una situazione simile i piccoli produttori, nella maggioranza dei casi, devono comprare i loro mezzi di produzione (es. semi e concimi) da una qualche mostruosa multinazionale, alla quale poi sono anche costretti a vendere i loro raccolti e la quale è perciò nella condizione di decidere esattamente quale margine concedere al coltivatore. Non sorprende perciò il fatto che, per esempio, solo il 2% circa del prezzo che paghiamo per le banane in un supermercato vada al bracciante che le coltiva, il 5% al titolare dell’azienda agricola e il resto ai vari intermediari, ma con maggiore probabilità alle succursali di un’unica multinazionale.

Le grandi compagnie possono anche permettersi di vendere sottocosto. Non importa loro di perdere denaro per un po’; in ogni caso per il tempo sufficiente a far chiudere i loro concorrenti piccoli o anche relativamente grandi. Wal-Mart, la più grossa catena di supermercati del mondo, è nota per comportarsi così. Quando apre in una nuova città spesso vende gli alimenti principali sottocosto. Il che basta a far chiudere i piccoli negozi e anche i supermercati più piccoli di lei della zona. Ma quando hanno chiuso il Wal-Mart aumenta i prezzi. Naturalmente lo stesso accade nei paesi del Terzo mondo, dove grandi esportatori americani, europei o giapponesi sono pronti a vendere sotto costo per far chiudere i produttori locali. Vandana Shiva la definisce “pseudo concorrenza”; la si può anche chiamare “dumping”, che è illegale, ma è difficile vincere una causa contro questi giganti, le cui attività di solito hanno il pieno appoggio dei governi.

In più, quando i piccoli produttori di alimenti riescono a trovare una nuova nicchia che consente loro di sopravvivere in un ambiente economico e politico così ostile, ciò viene permesso solo fintanto che la fetta di mercato non assume una dimensione tale da essere considerata dalle grandi compagnie abbastanza interessante da essere incamerata; cosa che poi fanno, ottenendo dal governo o dall’organizzazione internazionale competente nuove regole adatte ai loro obbiettivi.

In questo modo negli Usa, dove gli alimenti biologici sono diventati un mercato da 5 miliardi di dollari che cresce del 20% l’anno, le grandi compagnie non possono tollerare l’idea che questo mercato rimanga fuori delle loro grinfie e nelle mani di un mucchio di piccoli produttori locali, perciò nel 1999 hanno persuaso il Ministero dell’agricoltura americano (Usda) a proporre nuove regole che permettano di chiamare biologici gli alimenti che danno loro i maggiori profitti cioè quelli geneticamente modificati, irradiati, cresciuti su terreni “sterilizzati” con rifiuti tossici e con un alto contenuto di pesticidi, rendendo allo stesso tempo illegale a qualsiasi organizzazione non governativa di fissare livelli più restrittivi e perciò altre qualità di prodotti alimentari.

Fortunatamente la fortissima reazione pubblica ha costretto l’Usda a ritirare la sua proposta, almeno per il momento. Tuttavia il solo fatto di avere osato proporre all’approvazione un regolamento così scandaloso mostra chiaramente fino a che punto il governo è pronto a sacrificare la salute del pubblico americano e quella del suo ambiente, per favorire gli immediati interessi delle multinazionali alimentari.

Questo è solo un esempio di una tendenza molto più ampia presente oggi in tutto il mondo: la sistematica sostituzione di leggi e regolamenti che erano stati emanati per proteggere le piccole attività economiche, le economie locali, le comunità locali, la salute pubblica e l’ambiente, con nuove norme elaborate esclusivamente per favorire gli interessi immediati delle grandi compagnie multinazionali. Qui esamino solo un anello di questa catena di legislazioni; quello che impone ai piccoli produttori di alimenti costose installazioni che pochi si possono permettere e così la gran parte di loro viene fatta chiudere col pretesto che le loro attività sono antigieniche.

Le nuove norme in materia d’igiene sono state varate nel 1995 dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ma ai governi è stato concesso un periodo di cinque anni per applicarle. Queste regole sono state studiate per assicurare che la produzione alimentare si attenesse al metodo della Hazard Analysis e Critical Control Limit (Haccp), progettato originariamente dalla Pillsbury, una multinazionale alimentare che vende Haagen-Dazs e Burger King, su richiesta della Nasa che, all’epoca, voleva garantire la purezza degli alimenti a disposizione dei suoi astronauti. Negli anni ’70 anche la Us Food and Drug Administration (Fda) adottò l’Haccp come sistema di controllo degli alimenti venduti sul mercato americano e nel 1991 fu adottato anche dal Codex Alimentarius, un’organizzazione delle Nazioni Unite che ha il compito di fissare gli standard di sicurezza alimentare.

Questa organizzazione, che è completamente controllata dalle multinazionali, come è stato accuratamente documentato nell’Ecologist, svolge attualmente il ruolo principale nel consentire alle grandi compagnie farmaceutiche di impadronirsi del crescente mercato degli integratori alimentari, in particolare quello delle vitamine, fino ad oggi rimasto in gran parte nelle mani di piccole imprese. In più, sia il Codex che l’Fda hanno mostrato chiaramente le loro vere priorità quando, a causa della forte pressione delle multinazionali, hanno autorizzato l’uso di ormoni sessuali nella carne e hanno accettato senza limitazioni la produzione e distribuzione di alimenti geneticamente modificati.

http://www.ecologist.it/archivio/contronatura.html

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L’Incredibile AIDS

Questo mio lavoro di ricerca, che doveva portare alla realizzazione di un documentario, risale al 2006. Da allora ben poche cose sono cambiate nell’ambito della cosiddetta “ricerca scientifica”

Per questo ho deciso di ripubblicarlo in occasione della giornata mondiale della propaganda e della mistificazione sull’Aids.

Ma nel frattempo, grazie ai siti Luogocomune e Comedonchisciotte che per primi lo hanno pubblicato e a centinaia di blogger che lo hanno riproposto, il documento è stato letto da almeno 50.000 persone. Un piccolo spiraglio di verità, per tutti quelli che non si accontentano della versione avallata dalle multinazionali farmaceutiche

A loro va il mio ringraziamento.

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Quello che i media non dicono
sulla “peste del nuovo millennio”

di Gian Paolo Vallati

1. Introduzione

2. Perchè il virus

3.  Hiv, uno strano tipo di retrovirus

4. Quanto sono affidabili i test di sieropositività?

5. Assenza di correlazione tra sieropositività e malattia

6. Cos’è davvero l’AIDS

7. L’infettività e la trasmissione sessuale

8. Previsioni catastrofiche e statistiche fasulle

9. Catastrofe africana?

10. Terapie che uccidono

11. Il bavaglio all’informazione

12. Il grande affare della cattiva scienza

- Bibliografia

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1. INTRODUZIONE

Questa è la storia vera ed incredibile di una epidemia inventata. Questa è la storia di un colossale affare in cui multinazionali, ricercatori, associazioni e istituti sanitari senza scrupoli hanno utilizzato il terrorismo sanitario al servizio del loro enorme business. E la storia di come, purtroppo, molti esseri umani inconsapevoli siano finiti nella macina, uccisi dalle stesse “terapie” che dovevano curarli.

“Tutti sono pronti a credere che la CIA menta, che il governo menta, che l’FBI menta, che la Casa Bianca menta. Ma che menta l’Istituto di Sanità no, non è possibile, la Sanità è sacra, tutto ciò che esce dagli Istituti Nazionali di Sanità è parola di Dio. Niente fa differenza, nemmeno la storia di come Gallo scoprì il virus, nemmeno il fatto che sia uno scienziato screditato e condannato per truffa. La strategia dell’establishment è sempre la stessa: ignorare. Meglio non rispondere, vuoi vedere che ci si accorge che c’è qualcosa di strano?” Harvey Bialy, microbiologo. 1

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2. IL PERCHÉ DI UN VIRUS

Le malattie infettive costituiscono oggi soltanto l’1% di tutte le cause di morte nel mondo occidentale e ormai le grandi epidemie sono per lo più scomparse. Il merito di questa situazione, che spesso viene attribuito alla medicina, è in realtà dovuto al miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari. Ci sono numerosi studi a livello statistico ed epidemiologico che dimostrano come molte malattie (tubercolosi, difterite, polmonite, ecc.) cominciarono a declinare ben prima dell’introduzione di cure efficaci. 2

È cosa ben nota, anche ai non addetti ai lavori, che gli esseri umani e gli animali, sani o malati che siano, convivono da sempre con migliaia di microbi, virus e batteri, in gran parte assolutamente innocui. Alcuni sono addirittura utili, come l’escherichia coli, che colonizza l’intestino e aiuta la digestione. Perfino microbi patogeni provocano malattie gravi solo in individui con il sistema immunitario indebolito. Eppure gli scienziati sono sempre ossessivamente alla ricerca di nuovi virus e batteri, nella speranza di attribuire loro la causa di malattie che ritengono altrimenti inspiegabili. Le conseguenze di questa unica direzione di ricerca spesso sono rovinose perchè ritardano la comprensione della vera causa e determinano la morte di molte persone. In passato lo scorbuto, la pellagra e il beriberi (solo per citare esempi eclatanti) sono state per lungo tempo attribuite a batteri, benché già allora alcuni ricercatori avessero dimostrato che erano dovute a carenze alimentari. Robert William, scienziato a cui si deve la scoperta della vitamina B1, così ha commentato questo atteggiamento dei cacciatori di microbi: “…la batteriologia era arrivata ad essere la pietra angolare dell’istruzione medica. A tutti i giovani medici era stata talmente istillata l’idea che le malattie erano causate da un’infezione, che ben presto venne accettato come assiomatico il concetto che non poteva esserci altra causa”.3

Ma nonostante tutto questo, la memoria di passate epidemie continua a suscitare angoscia e terrore. E poiché il virus è sempre un ottimo mezzo per creare panico, ci sono motivi molto poco nobili per cui ad ogni ipotetica nuova patologia si attribuisce sempre più spesso una genesi virale. Attraverso la paura infatti si possono convogliare immense somme di denaro e indottrinare la popolazione verso le terapie e i comportamenti voluti.

Così, allo stesso modo, comincia l’incredibile storia dell’Aids.

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3. HIV: UNO STRANO TIPO DI RETROVIRUS

A dispetto di ciò che viene costantemente propagandato, la comunità scientifica mondiale non è affatto concorde su questo stranissimo tipo di retrovirus. Non esiste un documento scientifico ufficiale che provi in maniera definitiva che l’HIV sia la causa certa e unica dell’Aids. Perfino sull’isolamento del virus HIV molti scienziati ritengono che la prova definitiva sia tutt’altro che certa e inconfutabile. Le recenti scoperte derivate dal Progetto Genoma Umano hanno peraltro messo in grave crisi il concetto stesso di retrovirus.

COME NASCE IL PROBLEMA HIV

Nell’aprile del 1984 il dottor Robert Gallo annunciò in una conferenza alla stampa internazionale di aver scoperto un nuovo retrovirus che aveva chiamato HTLV-III (oggi conosciuto come HIV), e questo era “la probabile causa dell’AIDS”. Lo stesso giorno Gallo presentò il brevetto per un test di anticorpi, ora generalmente riportato come “il test dell’AIDS”. L’annuncio prese di sorpresa persino gli scienziati presenti tra il pubblico. Gallo aveva scavalcato una parte essenziale del processo scientifico: non aveva pubblicato i risultati delle sue ricerche in nessuna pubblicazione medica o scientifica, né li aveva sottoposti al normale processo di revisione tra colleghi prima di essere annunciati al pubblico. Quando alla fine la “prova di Gallo” fu pubblicata settimane più tardi, vennero fuori numerosi problemi. Le procedure di laboratorio che Gallo e i suoi collaboratori utilizzavano per provare l’isolamento vennero osservate soltanto nel 36% dei suoi pazienti di Aids, e soltanto 88% era positivo al test “degli anticorpi HIV”. Inoltre, per assicurare che soltanto i pazienti in AIDS e non l’intero gruppo di controllo risultasse positivo al test degli anticorpi, egli aveva diluito il sangue 500 volte. A diluizioni minori troppi soggetti sani del gruppo di controllo risultavano positivi al test. Questi fatti dovrebbero essere sufficienti a gettare seri dubbi sulle affermazioni di Gallo che egli avrebbe scoperto un nuovo retrovirus come “probabile causa dell’AIDS”. Grazie a questa “scoperta”, Gallo oggi percepisce l’1% dei proventi mondiali derivati dai test HIV. Tutta la carriera di Gallo è costellata di episodi che di scientifico hanno molto poco. Un eccellente elenco di quanto corrotta, ingannevole (e probabilmente perfino criminale) è stata la sua ricerca, può essere trovato nel libro “Science Fiction”, di John Crewdson, un giornalista scientifico del Chicago Tribune. In realtà, tutto quello che aveva scoperto Gallo era una attività enzimatica che lui attribuiva al presunto retrovirus, e le fotografie che mostrò erano di particelle simil-virali senza nessuna prova che fossero virus.4

A tutt’oggi il vero virus non ancora stato isolato, e le foto che vengono spesso mostrate sulle copertine dei giornali sono sempre e soltanto realizzazioni grafiche di fantasia. Eppure, grazie a quella famosa conferenza stampa, da quel momento tutto il mondo ha cominciato a credere che l’Aids fosse dovuto ad un virus. Così è nato il problema HIV e così dal 1984 ad oggi sono stati pubblicati più di 10.000 studi sull’HIV, ma nessuno di questi ha potuto dimostrare in maniera plausibile o provare in modo concreto che l’HIV causi l’AIDS. A tutt’oggi non esiste un documento scientifico ufficiale che fornisca una prova definitiva.

KARY MULLIS

Il premio Nobel Kary Mullis, inventore della PCR (Polymerase Chain Reaction), ha cercato invano per anni questo fondamentale documento. Di conseguenza ad ogni occasione, congresso scientifico, conferenza, seminario o incontro ha interpellato svariati virologi ed epidemiologi su dove trovare il riferimento bibliografico che spiegasse come l’HIV provochi l’AIDS. Ma nessuno dei colleghi è mai stato in grado di precisarlo. E neanche Montagnier e Gallo (considerati i massimi esperti mondiali di Aids) sono stati in grado di fornirglielo. Perché non esiste.5

LA “PROVA” FORNITA DAL NIAID

Per mettere una toppa a questa grave carenza, nel 1994 l’Ufficio di Comunicazione del NIAID/NIH, National Institute of Allergy and Infectious Diseases /National Institute of Health, realizzò un documento intitolato : ” La Prova che l’HIV è causa dell’Aids”. È il documento più completo che si conosca che tenta di rispondere all’affermazione che l’HIV non è la causa dell’Aids. Ma questo elaborato, che viene spesso citato come prova definitiva, di fatto non è documento scientifico, come hanno dimostrato in una puntuale confutazione alcuni ricercatori internazionali.6 Oltre ad essere un documento anonimo, è infatti seriamente screditato dal mancato rispetto degli standard scientifici e fallisce nel fornire una prova credibile a sostegno del suo assunto fondamentale. Si tratta quindi soltanto dell’ennesimo strumento di propaganda.

UNO SCIENZIATO CONTRO: PETER DUESBERG

Peter Duesberg, membro della prestigiosa National Academy of Science, è docente di biologia molecolare e cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. È uno dei pionieri più prestigiosi tra i dissidenti della ricerca. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in dubbio il dogma Hiv- Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Il primo marzo 1987 sulla prestigiosa rivista Cancer Research comparve un suo articolo in cui affermava che non vi erano prove convincenti del fatto che un retrovirus come l’HIV sia in grado di causare l’AIDS. Da allora Peter Duesberg è uno degli uomini più discussi d’America. Le sue ipotesi e le sue affermazioni sono state di volta in volta definite ‘irresponsabili’, ‘pericolose’, ‘immorali’, ‘dannose’ e perfino ‘criminali’. Per alcuni Duesberg è una ‘minaccia pubblica’, per altri invece un ‘novello Galileo’ in lotta contro l’ottusità dominante. Secondo il direttore dell’autorevole periodico medico The Lancet, Duesberg è “probabilmente lo scienziato vivente più diffamato in assoluto”, per altri addirittura “il Nelson Mandela dell’AIDS, colui che guida la lotta contro l’Apartheid dell’HIV”. Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme a livello epidemiologico, oggi è stato emarginato da una comunità scientifica che ha tutto l’interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti. Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed obiezioni si è risposto che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” (Nature, 1993)

INNOCUITA’ DEI RETROVIRUS

Dal 1970, anno in cui si ipotizzò l’esistenza dei retrovirus, ne sono stati individuati ed isolati circa 200, tutti assolutamente innocui. Tutti meno quello HIV, che oltre ad essere assolutamente terribile è anche l’unico mai realmente isolato.

PROGETTO GENOMA E RETROVIRUS

Ma sin dal 2001, anno in cui sono arrivati i risultati del Progetto per la mappatura del Genoma Umano è stato chiaro che stava per essere irrimediabilmente buttato a mare il concetto stesso di “retrovirus”. Per comprendere a fondo la questione è necessaria una breve digressione di storia della biologia. La visone accettata sin dagli anni ’50 era che il DNA trascrive le informazioni al RNA, (e mai il processo inverso) attraverso una relazione gerarchica rappresentata dal flusso unidirezionale DNA -> RNA -> proteine. Il RNA (acido ribonucleico), era quindi considerato l’umile messaggero del DNA (acido desossiribonucleico), che governava invece la cellula. Questo era il dato fondante del cosiddetto “Dogma Centrale della Genetica Molecolare”, su cui si è basata tutta la biologia dagli anni cinquanta in poi. Il concetto di “retrovirus” prese forma quando nel 1970 fu scoperto, in estratti di certe cellule, un enzima (denominato poi “transcriptasi inversa”) capace di convertire la molecola di RNA in DNA. I ricercatori, insomma, verificarono che alcuni RNA trascrivevano se stessi “all’inverso” al DNA. Ma (in ossequio al Dogma Centrale) si dissero che qualsiasi cosa causa la trascrizione dal RNA al DNA è da considerarsi eccezionale e deve essere una sorta di contaminazione virale (da cui il termine “retrovirus”). Dunque, negli anni ’70, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo la attività transcriptasica inversa venisse rivelata si riteneva che i retrovirus fossero presenti. Questo si dimostrò un grave errore, poiché era già noto agli inizi degli anni ’80 che la medesima attività enzimatica era presente in tutta la materia vivente provando così che la transcriptasi inversa non aveva niente a che fare con i retrovirus per sé. 7

La questione è stata ben sintetizzata nel 1998 dal virologo Stephen Lanka: “…studiando la biologia evolutiva trovai che ognuno dei nostri genomi, e quelli delle maggiori piante e animali, è il prodotto della cosiddetta trascrizione inversa: RNA che si trascrive nel DNA. [...] L’intero gruppo di virus cui l’HIV apparterrebbe, i retrovirus [...] nei fatti non esiste per nulla”. 8

Ciò nonostante molti scienziati non tennero conto di questa evidenza e continuarono a lavorare alacremente sull’ipotesi oramai falsificata. Ma gli ultimi sviluppi del Progetto Genoma Umano dimostrano ormai inequivocabilmente che il passaggio da RNA a DNA non è affatto una aberrazione, piuttosto è ciò che potrebbe spiegare la complessità umana. Il DNA sarebbe allora come una sorta di libreria dove il RNA va a prendere le informazioni che gli servono per governare la cellula. Il Dogma Centrale è soltanto una costruzione teorica che non ha retto alla prova dei fatti. Queste recenti scoperte segnano la fine del paradigma HIV/AIDS, e spiegano perché la scienza ha fallito la cura della malattia a dispetto di almeno venti anni di sforzi. Perché se l’ HIV è un retrovirus, la teoria virale dell’Aids è priva di fondamento.

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4. QUANTO SONO AFFIDABILI I TEST SULLA SIEROPOSITIVITÀ?

I test dell’Aids (Elisa e Westernblot) non sono attendibili perché, oltre a non essere precisi, esistono più di sessanta fattori diversi che possono dare dei falsi positivi. I test non sono standardizzati, i risultati variano da laboratorio a laboratorio, le linee guida per la loro interpretazione variano da paese a paese. Inoltre si può risultare positivi al Westernblot e negativi all’Elisa, o viceversa. Due sono le analisi fondamentali per stabilire la sieropositività in una persona: l’Elisa e il Western Blot. Nell’Elisa una miscela di proteine dell’Hiv reagisce con anticorpi nel siero prelevato dal paziente, provocando una variazione di colore nel preparato. Il test Elisa produce fino al 90% di errore in una sola direzione (i negativi li fa diventare positivi, i positivi rimangono tali e quali). Nel WB, le proteine dell’Hiv vengono separate su una striscia di nitrocellulosa. Questo consente una reazione individuale delle singole proteine, che vengono visualizzate con una serie di bande di colore più scuro. L’esame WB viene utilizzato di solito a conferma di un test Elisa positivo, ma risulta altamente impreciso anch’esso.

NON ESISTONO CRITERI STANDARD

Prima del 1987 una sola banda Hiv specifica era considerata come prova di un avvenuto contagio, in seguito si venne a scoprire che il 25% degli individui sani – e non a rischio – presentano bande Hiv specifiche e quindi fu urgente ridefinire un WB positivo aggiungendo bande extra e selezionandone di particolari. Ma anche in tal modo i problemi sono sempre presenti: su 89.547 campioni di sangue analizzati, prelevati da degenti non a rischio ed in maniera anonima in 26 ospedali americani, una percentuale del 21,7% dei maschi e il 7,8% delle femmine risultò positiva al test WB. Quindi la correlazione tra anticorpi Hiv e Aids, comunemente accettata dagli esperti, sembra un’invenzione dell’uomo. L’artificiosità di tale relazione è evidente nel dato di fatto che istituti e nazioni differenti stabiliscono come test di sieropositività serie di bande WB diverse. Questo comporta che in Australia un test richiede quattro bande per essere positivo, mentre negli USA ne sono sufficienti due o tre, che siano o meno le stesse bande richieste in Australia. In Africa, addirittura, basta una sola banda. A conti fatti, una persona esaminata ipoteticamente lo stesso giorno nei tre differenti luoghi, può risultare sieropositiva in un paese e sieronegativa in altri. Il sistema di valutazione varia addirittura da laboratorio a laboratorio di uno stesso stato e, nella medesima sede di analisi, anche da un giorno all’altro si possono riscontrare risultati differenti! Uno documentario che la Meditel Produzioni ha realizzato a Londra per la BBC nell’ottobre 1996 mostrò che un campione di sangue fornito da un volontario fu valutato tre volte positivo e due volte negativo nello spazio di un mese.

I FALSI POSITIVI

A rendere la tragicommedia una vera tragedia è la possibilità che ad una o più bande si possa verificare una falsa reattività. La reazione al test, evidentemente instabile, è spesso associata ad un aumento aspecifico delle immunoglobuline, il che si verifica in molte situazioni, come nel corso di malattie autoimmuni, di infezioni croniche, di malaria, di parassitosi, talvolta anche per motivi banali come una vaccinazione antinfluenzale. Sono stati contati circa 60 fattori estranei all’HIV che possono determinare un test positivo. Secondo gli esperti queste reattività vengono innescate da anticorpi non Hiv (che tutti noi possediamo) reagenti alle proteine Hiv. In parole povere, un anticorpo che reagisce ad una determinata proteina non è necessariamente un anticorpo prodotto dal sistema immunitario come risposta specifica a quella certa proteina. E quindi le popolazioni povere dell’Africa, il continente con il maggior numero di casi di sieropositività, esposte ad una miriade di infezioni e che producono moltitudini di anticorpi, avranno una falsa reattività ai test molto più alta che in altri paesi.

IN DEFINITIVA: NESSUN VALORE AI TEST

La positività ai test ha un valore sostanzialmente nullo perchè: o essa è correlata in modo comunque incompleto a molte malattie, sia immunodepressive che non, anche estranee all’AIDS; o essa è però correlata anche ad un ottimo stato di salute, come dimostrano i milioni di sieropositivi, sanissimi da molto tempo; o essa, sicuramente, non dimostra la presenza dell’HIV o di qualsiasi altro virus; o essa, contrariamente a quanto si è voluto dare a credere, non equivale affatto ad una sentenza di morte: anche le disparate sindromi patologiche definite AIDS possono regredire quando l’organismo del paziente non è molto compromesso. Mentre l’utilità dei test è nulla, il loro danno può essere immenso perchè: o la comunicazione al paziente del risultato positivo al suo test dell’AIDS provoca quasi sempre un grave trauma psichico e può sconvolgere l’intera vita familiare, lavorativa, affettiva e sociale; qualcuno in passati si è anche suicidato. o non di rado la diagnosi di AIDS basata su questi test spinge i medici e il paziente ad intraprendere una terapia con AZT o altri “anti-retrovirali”, che sono pesantemente tossici e producono effetti molto pericolosi.

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5. ASSENZA DI CORRELAZIONE TRA SIEROPOSITIVITÀ E MALATTIA

La grandissima parte dei sieropositivi può vivere una vita assolutamente normale per decine di anni senza riscontrare alcun sintomo di malattia. Alla fine degli anni ’80 venne creato un clima di terrore sostenendo che i sieropositivi fossero dei condannati a morte, destinati a morire nel giro di 18 mesi. Si dava per scontata la corrispondenza tra sieropositività e malattia conclamata, e che lo sviluppo dell’AIDS per i sieropositivi fosse inevitabile e solo una questione di tempo. In seguito si è riscontrato che soltanto una percentuale molto ridotta di sieropositivi sviluppa la malattia, mentre la gran parte dei cosiddetti “infetti” vive bene e a lungo senza mai riscontrare problemi. Eppure si continuarono a definire “malati asintomatici” le persone sieropositive. Da molti anni ricercatori indipendenti (tra cui il prestigioso Gruppo di Perth, in Australia) sostengono che, poiché non è mai stata scientificamente provata la correlazione tra HIV e AIDS e la reale validità dei test, la cosiddetta sieropositività non significhi assolutamente nulla. HIV:

UNO STRANO TIPO DI VIRUS

Un grosso problema della teoria dell’AIDS è che i ricercatori non sono stati mai in grado di scoprire nelle persone sieropositive una quantità di virus tale da compromettere la salute. Ed un altro fatto clamoroso è che l’HIV non è citotossico; questo significa che quando il virus si moltiplica non distrugge le cellule presenti, come fanno invece altri virus che distruggono le cellule che infettano. L’eminente virologo Peter Duesberg così commenta questo fatto: “il virus infiltra o infetta un numero molto basso di cellule, appena una su 100mila. Per essere nocivo, per uccidere (…) un microbo deve pur fare qualcosa. Altrimenti è come tentare di conquistare la Cina uccidendo tre soldati al giorno”9 Secondo Duesberg l’HIV si comporta come uno dei numerosissimi innocui microbi di transito sempre presenti nel corpo umano. Ed è esso stesso innocuo. Il fatto che milioni di persone abbiano contratto l’Hiv alla nascita eppure siano adulti sani è l’argomento più significativo, secondo Duesberg, contro l’ipotesi Hiv-Aids, perché dimostra che l’Hiv non può essere un agente patogeno letale.

VENTI ANNI DI INCUBAZIONE?

Per giustificare questo comportamento innocuo del HIV si è trovato l’espediente di definirlo un “lentovirus”, cioè un virus che agirebbe sui tempi lunghi. Tutte le malattie infettive virali, salvo rare eccezioni, hanno una incubazione breve, di pochi giorni o settimane. Invece l’incubazione del virus dell’AIDS è stata calcolata inizialmente attorno ai 18 mesi, per aumentare poi di anno in anno, fino a raggiungere nel 1992, i 10/14 anni. Oggi addirittura si sostiene che l’incubazione arrivi a più di 20 anni (cioè si può tranquillamente convivere con l’Hiv per tale periodo senza avere nessun sintomo di malattia).

HIV, IL VIRUS CHE NON C’È

La letteratura medica ha registrato finora più di 5000 casi di AIDS sieronegativi (cioè presentano i sintomi ma non vi è presenza di HIV). Ma una peculiarità delle malattie infettive virali è che hanno una causa unica (il virus), e ovviamente non possono verificarsi in sua assenza. Così non c’è varicella senza il virus della varicella, non c’è morbillo senza il virus del morbillo e così via. Di conseguenza in teoria non può esistere Aids senza la presenza del cosiddetto retrovirus HIV.

Eppure…

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6. COSA È DAVVERO L’AIDS

L’Aids, più che una malattia specifica, è una definizione che comprende un alto numero di malattie già conosciute. Queste malattie non sono affatto associate sempre ad immunodeficienza, sono definite AIDS solo se associate ad un test positivo.

L’AIDS È UNA CATEGORIA, NON UNA MALATTIA

Nessuna delle diverse malattie che attualmente definiscono l’AIDS è recente e nessuna si manifesta esclusivamente in persone sieropositive. Di fatto AIDS è il nuovo nome che i CDC (Centers for Disease Control)10 americani hanno dato ad un insieme di affezioni comuni più o meno gravi, tra cui micosi, herpes, diarrea, alcune polmoniti, salmonella, tubercolosi. Se una persona ha la tubercolosi e risulta positiva al test allora “ha l’AIDS”. Se invece ha la tubercolosi ed il test è negativo, allora ha “soltanto la tubercolosi”. È addirittura possibile che venga definito malato di Aids, ( sindrome da immunodeficienza acquisita), chi non ha nemmeno presenza di immunodepressione!

LA MALATTIA SI ADATTA ALLA DEFINIZIONE

La definizione di AIDS ha subito varie modificazioni, nel 1986, nel 1987 e nel 1993 e ad ogni revisione il numero delle condizioni patologiche ritenuto correlato all’AIDS viene aumentato: attualmente esse sono ben 29, e tutte già conosciute prima dell’AIDS. Esemplare è il caso dell’ultima revisione: Il 1° gennaio 1993 i CDC decisero di includere nella definizione di AIDS non una malattia, ma una condizione. Chi aveva un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) veniva incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Questa ricorrente variazione ha portato ad una continua dilatazione del numero dei soggetti definiti “malati di AIDS”: se, ad esempio, negli Stati Uniti con la definizione del 1986 potevano essere definiti malati di AIDS mille pazienti, con quella del 1987 sarebbero diventati 1.300 e con quella del 1993 avrebbero raggiunto il numero di 2.275.11

Di recente è stata inclusa nell’elenco una nuova patologia tipicamente femminile, il cancro della cervice. Come ha svelato P. Duesberg: “…la ragione di questa aggiunta è solo politica: è stata dichiaratamente inserita per aumentare il numero delle femmine malate di AIDS, creando così l’illusione che la sindrome si stia diffondendo tra gli eterosessuali”.12

L’AIDS NON È UGUALE IN TUTTO IL MONDO

Anche qui, come per i test di sieropositività, non esiste un criterio universalmente riconosciuto per la definizione della sindrome. La regola per stabilire cosa sia l’AIDS varia da nazione a nazione: la definizione di AIDS negli Stati Uniti è diversa da quella europea che a sua volta è diversa dalla definizione africana. La WHO, ( World Health Organization)13 in Africa utilizza per definire l’AIDS due definizioni nettamente diverse, nessuna delle quali corrisponde ai criteri utilizzati negli USA o nella UE. Generalmente in Africa non si richiede il test HIV, ma è sufficiente che un paziente presenti tre dei principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (è sufficiente un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. E questo, come si vedrà più avanti, spiega la reale consistenza della presunta “catastrofe africana” .

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7. L’INFETTIVITA’ E LA TRASMISSIONE SESSUALE

Il virologo Peter Duesberg è assolutamente convinto che l’Hiv non sia infettivo. Nel suo libro ” Inventing the Aids virus” (1996), tra l’altro afferma: ” Negli ultimi 14 anni oltre 500.000 pazienti di Aids sono stati curati da un sistema sanitario che comprende cinque milioni di medici, infermieri e ricercatori nessuno dei quali è stato vaccinato contro l’HIV. (…) quattordici anni dopo non c’è neanche un caso nella letteratura scientifica di un operatore sanitario che abbia presumibilmente contratto l’AIDS da un malato. Proviamo ad immaginare come sarebbe la situazione se 500.000 malati di colera, epatite, sifilide, influenza o rabbia fossero stati curati per 14 anni da personale medico e paramedico privo di vaccini e farmaci adeguati… migliaia avrebbero contratto quelle malattie.” A distanza di quasi dieci anni dall’uscita del libro le cose non sono affatto cambiate. Questo, secondo Duesberg, significa una sola cosa: “l’AIDS non è infettivo”.

LA TRASMISSIONE SESSUALE

“Basta un solo rapporto!”. Per anni questo è stato il terribile ammonimento che tutti i mezzi di comunicazione hanno continuamente diffuso. Ed invece la trasmissione sessuale, che secondo gli “esperti” sarebbe il veicolo principale della diffusione del virus, si è dimostrata essere estremamente inefficace, dipendendo anche da più mille rapporti sessuali a soggetto per una reale possibilità di contagio. Nel 1997 un gruppo di studiosi statunitensi14 ha pubblicato i risultati di dieci anni di studi sulla trasmissibilità dell’Hiv tra eterosessuali nel nord della California. Lo studio ha stabilito che la trasmissione da maschio a femmina è estremamente bassa, approssimativamente lo 0.0009 per contatto sessuale, e approssimativamente otto volte minore è la trasmissione da femmina a maschio. Questo significa che una femmina dovrebbe avere almeno 3330 rapporti sessuali per raggiungere il 95% di probabilità di infezione.

Quindi, con la frequenza ipotetica di un rapporto sessuale al giorno, ci vorrebbero 2 anni e due mesi per avere il 50% di possibilità di infezione, e 9 anni per raggiungere il 95%. Nel caso inverso, da femmina sieropositiva a maschio, la trasmissione dell’Hiv richiederebbe almeno 27.000 rapporti sessuali per arrivare al 95% di probabilità di trasmissione (cioè 74 anni di rapporti sessuali giornalieri!). Se davvero la diffusione del virus fosse dovuta al sesso, l’Hiv sarebbe scomparso da tempo. Ed infatti, nonostante l’allarmismo, l’AIDS è rimasto confinato a gruppi in cui sono presenti fattori di rischio ben precisi: a) tossicodipendenti: (circa il 32% dei malati in USA e il 60% in Italia) si tratta di individui che oltre a subire gli effetti negativi dell’eroina, della cocaina, dell’alcool, delle anfetamine e di altre sostanze psicotrope (molte droghe hanno effetto depressivo sul sistema immunitario), si alimentano in maniera scorretta ed insufficiente e sono colpiti in modo più o meno continuo da infezioni multiple. In queste condizioni di vita l’immunodepressione è garantita. b) omosessuali maschi: (circa il 62% in USA e il 48% in Europa) il problema riguarda sopratutto gli utilizzatori sistematici di droghe multiple, cocaina, extasy, alcool, poppers e nitriti assunti per via inalatoria a forti dosi (i nitriti sono sostanze molto reattive, causano immunodepressione, e vengono utilizzati per il loro effetto afrodisiaco e rilassante per la muscolatura sfinterica). c) emofiliaci e politrasfusi (circa l’1% in USA e il 3% in Europa). I carichi di proteine estranee sono essi stessi immunodepressivi sia in emofiliaci sieropositivi che sieronegativi.15

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8. PREVISIONI CATASTROFICHE E STATISTICHE FASULLE

“Entro il 1996, dai 3 ai 5 milioni di statunitensi risulteranno positivi all’HIV e un milione morirà di AIDS” (Antony Fauci, direttore del NIAID – New York Times 14.1.86) “Entro il 1990 un eterosessuale su cinque sarà morto di AIDS” (Oprah Winfrey, The myth of hetherosexual AIDS, 1987) Da anni ormai l’Aids è in costante decremento ed è rimasta una malattia marginale, a dispetto di tutte le previsioni catastrofiche diffuse negli anni scorsi. Come mai allora tutti i mezzi di informazione continuano a diffondere statistiche sempre più allarmanti? È possibile solo a costo di barare sui dati reali, con alcuni piccoli ma efficaci trucchi. Il primo è quello di presentare i dati cumulativi invece che suddividerli correttamente anno per anno. È evidente che se si sommano i dati di venti anni di rilevazioni il numero dei malati conclamati e dei sieropositivi sembra essere sempre in costante aumento. Il secondo è quello di ampliare (arbitrariamente) di quando in quando il numero delle patologie che vengono correlate alla sindrome. Così dal 1° gennaio 1993 chi ha un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) viene incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Il terzo trucco, il più puerile ma il più utilizzato, è quello di presentare le “stime degli esperti” al posto dei dati effettivamente riscontrati. Le stime, oltre ad essere assolutamente opinabili, sono sempre al servizio del terrorismo mediatico: secondo le stime che venivano presentate dieci anni fa (con previsioni di aumento esponenziale anno per anno) oggi la metà della popolazione italiana avrebbe dovuto essere sieropositiva! La realtà è molto diversa: nel 2004 i sieropositivi in totale sono circa 130.000, che rappresentano meno dello 0,003% della popolazione italiana, mentre i casi di Aids conclamato totali dal 1982 ad oggi sono stati complessivamente 53.686.16

LE STATISTICHE AFRICANE

Ma la situazione più inverosimile riguarda l’Africa ed il Terzo Mondo: da molti anni vengono diffuse cifre catastrofiche da parte dell’UNAIDS, l’organizzazione del WHO che si occupa di Aids, che dimostrerebbero una crescita impressionante dell’epidemia. Alla fine del 2004, nel documento denominato “AIDS Epidemic Update 2004″ si è arrivati alla ragguardevole cifra di “39,4 milioni di persone che vivono con l’Hiv – ( ma che potrebbero variare da 35,9 milioni a 44,3 milioni – sic) con un numero di morti di pari 3,1 milioni (ma che potrebbe variare da 2,8 a 3,5 milioni – sic ). Quando si analizza con attenzione questo documento dell’UNAIDS ci si accorge che si tratta soltanto di “…stime basate sulle migliori informazioni ottenibili” (sic). Molte pagine del documento si diffondono su temi come la difesa delle donne dall’Aids (e perché non degli uomini?) o sulla presunta diffusione del morbo in Asia, ma nulla di più su come si arrivi a queste cifre. Null’altro viene detto sul metodo di indagine utilizzato per stabilire i dati (peraltro così incerti). Eppure si tratta del documento ufficiale della massima organizzazione mondiale sull’Aids e su di esso si basa tutta l’informazione che viene diffusa dai media. Nel 1998 la pluripremiata giornalista inglese Joan Shenton, realizzando vari programmi tv sul tema, aveva esaminato criticamente questo sistema di calcolo: “Nei primi anni ’90, il Programma Globale sull’AIDS del WHO (che più tardi venne sostituito dall’UNAIDS) dava impiego fino a 3.000 persone. Essi fornivano continuamente dati molto gonfiati alla stampa, e i rappresentanti ufficiali cominciarono a riportare questi casi stimati di Aids negli incontri pubblici per battere cassa coi finanziamenti, facendo sparire silenziosamente i dati realmente riportati. Mettemmo alla prova questi dati in un meeting alla London School of Hygiene and Tropical Medicine nel 1993, e ci fu una imbarazzata ammissione che quello che loro presentavano come dato di fatto, altro non era che un lavoro di supposizione” (…) “In altre parole, gli africani possono tranquillamente andare a dormire con la consapevolezza che i presunti milioni di conterranei, donne e bambini ammalati di Hiv-Aids sono semplici “calcoli” fatti da un “programma al microcomputer” che usa un “modello di database” preparato dallo screditato e ormai defunto Programma Globale sull’AIDS del WHO. Per fortuna la realtà sul territorio non conferma nemmeno lontanamente l’immagine dell’epidemia”17. Infatti il WHO, attraverso il W.E.R. Weekly Epidemilogical Report, un bollettino settimanale poco pubblicizzato, fino al 2002 diffondeva anche il numero dei casi effettivamente registrati. Così si può verificare che nel 1995, a fronte dei 4,5 milioni di sieropositivi stimati, quelli realmente accertati erano invece 422.735, meno del 10%! Mentre, ad esempio, i casi di AIDS effettivamente registrati in Africa nei dodici mesi dal 1999 al 2000 sono 81.565.18 Davvero poca cosa se si pensa che in Africa vivono 800 milioni di persone e ne muoiono più di 10 milioni all’anno, di cui un milione per malaria. Che abbia ragione il prof. Lugi De Marchi, psicologo clinico e sociale, quando afferma che queste stime vengano ottenute “con quel particolare metodo di calcolo chiamato dati in libertà”?19

Dal 2003 però il WHO diffonde solo le stime, senza fare più menzione dei casi realmente accertati. Viene il sospetto che la discrepanza tra casi veri e stimati sia talmente alta anche oggi che non sia più conveniente pubblicizzare i dati reali per chi ha fatto della lotta all’Aids il proprio business.

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9. CATASTROFE AFRICANA?

L’ultimo dato sui casi realmente accertati di AIDS in Africa è stato diffuso dal WHO nel 2002: corrisponde a 1.111.663 casi totali cumulativi (dall’inizio dell’epidemia ad oggi).20 Ben lontana dalle stime fornite, questa cifra rappresenta comunque un numero consistente di esseri umani. Ci sarebbe da preoccuparsi, se non sapessimo come si arriva in realtà ad ottenere la cifra suddetta.

COME SI DIVENTA CASI DI AIDS IN AFRICA

Come già riferito, l’Aids in Africa non è quasi mai diagnosticata con il test dell’HIV (troppo costosi e non sempre disponibili) ma in base a sintomi clinici. È sufficiente che un paziente presenti tre principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (anche un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. Questo in pratica significa che gli africani che soffrono di malattie da sempre presenti in quelle zone ora sono classificati come vittime dell’AIDS. Così in Africa le statistiche sull’Aids possono essere gonfiate artificiosamente da una definizione capace di raggruppare sotto il suo largo ombrello malattie antiche (come febbre, diarrea, tubercolosi o malaria) cambiandone il nome. Ma le cause di malattia in Africa continuano ad essere la crescente povertà, la malnutrizione, l’inquinamento dell’acqua, la mancanza di igiene. Nei paesi del Terzo mondo si continua, purtroppo, a morire per gli stessi tragici motivi per cui si muore da sempre. Soltanto che ora la maggior parte di questi decessi sono rubricati come AIDS. Per questi problemi storici non viene invocato nessun massiccio aiuto internazionale, preferendo spingere quei programmi “umanitari” che mirano ad assoggettare quante più persone possibile ai farmaci e ai test delle multinazionali occidentali.

IL RAPPORTO KRYNEN

Due leader d’un gigantesco programma francese di volontariato sull’AIDS, i coniugi Krynen, dopo cinque anni di permanenza nel presunto epicentro dell’epidemia africana con un’equipe di 150 medici e paramedici europei, hanno smontato totalmente i dati della finta epidemia: “In Africa, politici, operatori sanitari e utenti dei servizi hanno tutto l’interesse a gonfiare i dati della malattia per il semplice fatto che, per chi si occupa di Aids, sono disponibili enormi fondi internazionali”. E continuavano, con un pizzico di humor nero: “Se in Africa sei un semplice affamato, nessuno si occupa di te, ma se sei un malato di Aids 750 organizzazioni assistenziali occidentali e le Nazioni Unite sono pronte a coprirti di cibo e pacchi-dono (…) Il giorno in cui non ci sarà più l’Aids se ne andrà il benessere”21.

HARVEY BIALY

Il microbiologo Harvey Bialy ha trascorso otto anni nel continente africano per compiere ricerche scientifiche. In una intervista intitolata significativamente “L’epidemia di AIDS in Africa: un mito tragico” sostiene che non vi è assolutamente nessuna prova convincente che L’Africa si trova nel mezzo di una nuova epidemia di immunodeficienza infettiva, e che sono stai gli ingenti fondi internazionali disponibili per la ricerca AIDS/Hiv ad incentivare medici e politici a riclassificare come Aids malattie tradizionalmente presenti nel continente22.

ENORMI RISORSE A DISPOSIZIONE

Per lo studio e la prevenzione dell’AIDS in Africa sono già stanziate risorse enormi rispetto a quelle destinate ad altre malattie veramente pericolose, come la malaria, che nell’Africa sub-sahariana uccide più di un milione di persone all’anno. Il Governo dell’Uganda, che ha potuto investire nel 1993 solo 57.000 dollari nella prevenzione e nel trattamento della malaria, ha ricevuto invece ben 6 milioni di dollari per la lotta contro l’AIDS. Così la presunta “catastrofe” diventa il grande business del secolo ed oggi esistono migliaia di organizzazioni non governative che operano in Africa nel campo dell’Aids: soltanto in Uganda se ne contano più di 700.

MADRI AFRICANE SIEROPOSITIVE

I progetti più recenti delle numerose associazioni che prosperano con la lotta all’AIDS in Africa si stanno ponendo l’obiettivo di sottoporre al test Hiv quante più persone possibile. Ma, come già abbiamo avuto modo di chiarire, particolari malattie da sempre presenti nel continente africano possono causare frequentemente una falsa reazione di positività al test Hiv. E perfino la condizione di gravidanza è tra le prime cause (anche in occidente) di falsa positività. A cosa serva allora questo screening di massa, oltre che ad incrementare a dismisura gli introiti delle multinazionali farmaceutiche produttrici del kit, è difficile comprenderlo. Questo non ha scoraggiato le cosiddette “associazioni umanitarie” dall’utilizzare il terrorismo mediatico per reclamare fondi. Una recente, massiccia (e costosa) campagna pubblicitaria della italiana CESVI invitava a donare soldi affermando che “…in Africa una madre su tre è sieropositiva”.

IL CASO DEL PRESIDENTE SUDAFRICANO MBEKI

Nel 2000 cinque multinazionali farmaceutiche, sotto l’apparente veste di un progetto umanitario, proposero di abbassare i prezzi dell’AZT e di farmaci analoghi per utilizzarli massicciamente su donne incinte e neonati nei paesi del terzo mondo, per la cura e la profilassi della “infezione da HIV”. Nello stesso anno, alla vigilia del Congresso mondiale sull’AIDS, il presidente sudafricano Mbeki, preoccupato della manovra delle multinazionali, convocò una conferenza di specialisti internazionali per un dibattito aperto sugli effetti tossici dell’AZT e sulle alternative terapeutiche di trattamento dell’AIDS. Tanto bastò a scatenare nei giorni successivi il linciaggio da parte della stampa internazionale. Mbeki venne definito un “pazzo” e un “criminale”. Venne accusato di oscurantismo e superstizione e perfino di attentare alla vita delle popolazioni africane. The Observer, tra gli altri, arrivò a scrivere: “Mbeki lascia morire nel dolore i bambini malati di AIDS”. Eppure tra gli scienziati che aveva invitato alla conferenza c’erano premi Nobel, membri di Accademie delle Scienze, professori emeriti delle diverse discipline scientifiche. Quello che il presidente Mbeki proponeva era soltanto un libero dibattito, un confronto su dati reali, la verifica dell’efficacia di tali farmaci e sulla ben nota gravità degli effetti collaterali. Non accettando supinamente che la popolazione sudafricana venisse sottoposta a dei trattamenti di scarsissima efficacia e di altissima tossicità23, la sua colpa, in sostanza, era quella di aver sfidato il potere dell’uomo bianco e di non essersi piegato agli interessi delle multinazionali farmaceutiche. Per pagare queste cosiddette “cure e profilassi” si prospettava tra l’altro un indebitamento del Sudafrica di un miliardo di dollari verso la Banca Mondiale. La conferenza fu, come temuto dagli “ortodossi”, un momento di reale informazione, che permise a tutti gli scienziati dissidenti di esporre le loro tesi e mettere in grave crisi il dogma Hiv-Aids. E di fermare l’utilizzo dell’AZT nei paesi africani. Ma ancora oggi, nonostante le sue resistenze si siano rivelate oltremodo sagge e ragionevoli, il linciaggio mediatico nei confronti di Mbeki continua.

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10. TERAPIE CHE UCCIDONO

Grazie al terrore creato intorno alla malattia sin dal suo apparire, è stato possibile far accettare la somministrazione di farmaci altamente tossici, che hanno portato benefici solo alle multinazionali che li producono. Nessuno dei sieropositivi rimasti sani per molti anni ha assunto questi farmaci (se non per sospenderli presto), mentre chi li ha presi per lunghi periodi sta male o è morto. Il famoso cestista Magic Johnson, e molti altri come lui che hanno rifiutato di curarsi con l’AZT e i farmaci retrovirali, sta benone, nonostante sia stato dato per spacciato vari anni fa.

L’AZT

Sintetizzato sin dal 1964 come farmaco antitumorale, l’AZT rimase accantonato per 20 anni poiché si constatò sperimentalmente che le cavie leucemiche trattate morivano in numero maggiore di quelle non trattate. Data la sua elevatissima tossicità è impiegato come base per il veleno per topi! Ma nel 1984 la Wellcome, società che lo produce, lo tirò fuori di nuovo e, grazie al terrore ormai dilagante, riuscì a farlo approvare in gran fretta come farmaco anti-HIV. Molti scienziati del gruppo dei “dissidenti” sin dall’inizio della “epidemia” hanno lanciato l’allarme contro il suo uso, che è molto più pericoloso della sindrome stessa. Ben sei studi indipendenti hanno provato una tossicità del farmaco 1000 volte superiore a quella dichiarata dalla Wellcome. Il più grande studio mai effettuato sul farmaco, per numero di pazienti e durata, fu il “Concorde Trial”, i cui risultati nel 1994 dimostrarono inequivocabilmente che tra i pazienti trattati non si verificava nessun beneficio, ed anzi si constatava un numero maggiore di decessi rispetto ai pazienti non trattati.24 Tra le conseguenza della somministrazione di AZT ci sono: distruzione del sistema immunitario, distruzione del midollo osseo, distruzione dei tessuti e della flora batterica intestinale, linfoma, atrofia dei muscoli, danni al fegato, al pancreas, alla pelle e al sistema nervoso. Se una persona sana venisse sottoposta ad un trattamento continuativo con AZT in pochi mesi subirebbe effetti devastanti, simili a quelli dell’AIDS conclamato, fino ad arrivare ad un tasso di mortalità prossimo al 100%. Eppure, grazie alla strategia del terrore, questo farmaco così tossico, cancerogeno e privo di effetti benefici continua ad essere somministrato. Così la Wellcome (casa farmaceutica produttrice) ne ha venduto 0.9 tonnellate nel 1987, è passata a 44.7 tonnellate nel 1992, ed il suo profitto lordo cresce in maniera esponenziale di anno in anno.

GLI INIBITORI DELLA PROTEASI

Definiti miracolosi dai media, in realtà i benefici clinici di questi farmaci non sono a tutt’oggi ancora stati provati. Mentre la lista degli effetti collaterali aumenta progressivamente, insieme al numero di insuccessi – che vanno dalle deformità fisiche alle morti improvvise – testimoniando una realtà completamente diversa. E lo stesso scienziato che li ha ideati, il dott. David Rasnik, sostiene che ci sono forti dubbi sull’efficacia clinica di tali farmaci25.

IL COCKTAIL HAART

Per evitare questi effetti devastanti, in tempi più recenti si è suggerito di utilizzare l’azione combinata di più farmaci a dosaggi più bassi (il cocktail HAART). Questo ha portato ad ampliare in maniera considerevole il numero dei pazienti, o dei cosiddetti “malati asintomatici” che possono essere a lungo sottoposti a tali “terapie”. Con vantaggi evidenti per le case farmaceutiche che invece di farsi concorrenza possono spartirsi una torta ancora più grande, coinvolgendo nella cura anche persone che stanno benissimo.

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11. IL BAVAGLIO ALL’INFORMAZIONE

Tutte queste cose, benché sconosciute al grande pubblico, sono ben note nell’ambito degli addetti ai lavori. Ma una cortina di ferro è stata messa a protezione del castello per non farle conoscere alle masse, che devono continuare ad essere indottrinate verso il dogma ufficiale. Così, quei pochi e valorosi giornalisti che hanno provato a dare voce agli scienziati del dissenso ben presto hanno dovuto fare i conti con una censura feroce, che ha pochi eguali nel mondo contemporaneo. Celia Faber, giornalista statunitense, è stata tra le prime ad affrontare l’AIDS dal punto di vista “eretico”. In un’intervista a Massimiano Bucchi ha dichiarato di avere incontrato “…difficoltà pazzesche. (…) hanno cercato di farmi fuori in tutti i modi. La mia carriera giornalistica è stata duramente segnata da questa storia. Ho avuto minacce da Act Up 26 , ci sono stati articoli terribilmente offensivi nei miei confronti da parte del “Native” 27 . Fin dall’inizio i boss dei NIH28 mi hanno detto chiaramente che mi avrebbero impedito di intervistare i loro ricercatori per via di quello che avevo scritto”29. Neville Hodgkinson è giornalista del Times ed esperto scientifico del Sunday Times. Dopo i primi articoli in cui fu sostenitore della teoria dominante, enfatizzando i rischi della diffusione del virus, si rese conto che le statistiche reali mostravano “…che non c’era traccia dell’esplosione dell’Aids che era stata annunciata”. Così cominciò a considerare il punto di vista di Duesberg e dei vari dissidenti. Scrisse un lungo articolo che riportava le ipotesi di questo gruppo di scienziati: ” riuscimmo ad inserire un richiamo in prima pagina e di nuovo le reazioni furono isteriche (…) nessun argomento scientifico, solo cose del tipo «perché infastidite i vostri lettori con teorie non dimostrate quando c’è una grande emergenza in corso per la salute pubblica» – ma nulla che rispondesse alle osservazioni dettagliate che Duesberg e gli altri facevano”. Sulla base delle successive esperienze di censura e attacchi personali oggi Hodgkinson dichiara: ” Non credevo che si potesse essere così odiati solo per aver scritto delle cose o aver riportato le opinioni di scienziati che fino al giorno prima tutti ritenevano dei luminari. (…) Ad un convegno dove la mia casa editrice aveva chiesto l’autorizzazione per presentare il libro, uno scienziato si è fermato al nostro tavolo e ha detto ad un collega che lo accompagnava « se vedi in giro copie di questo libro in libreria o altrove, prendilo in mano e sputaci dentro in modo che nessun altro possa acquistarlo o leggerlo ». Non pensavo che degli scienziati, delle persone che dovrebbero essere aperte al confronto e alla libera espressione, potessero arrivare a tanto”.30

John Maddox, direttore di “Nature”, rivista scientifica custode dell’ortodossia, nel 1991 fece intravedere piccoli spiragli di apertura verso il gruppo dei dissidenti riunito sotto l’etichetta “Rethinking Aids”, pubblicando un articolo intitolato “La ricerca sull’aids messa sottosopra”31, in cui si facevano piccole concessioni alle ragioni degli “eretici”. Le reazioni degli scienziati ortodossi furono durissime, e benché nessuno portasse argomenti scientifici ma solo i consueti anatemi terroristici e invettive personali, Maddox si trovò costretto, nei mesi successivi, a rimangiarsi tutto, fino ad affermare che non bisognava più dare spazio alle opinioni di Duesberg (principale esponente del gruppo “Rethinking Aids”). Sulla questione due sedicenti scienziati italiani scrissero un articolo sulla stessa rivista sostenendo che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” .32

Da quel momento è scattata la censura sulle riviste scientifiche per ogni punto di vista alternativo (pur se documentatissimo e difficilmente confutabile). Semplicemente ogni ipotesi alternativa non doveva esistere. Oggi, anche se le previsioni dei dissidenti sono sempre più confermate, quasi tutta la stampa sembra essere allineata al dogma dominante. Ai pochi giornali e giornalisti che accettano le teorie alternative sull’Aids, l’unica possibilità rimasta è quella del silenzio, e non fungere da cassa di risonanza per le ormai screditate tesi dell’establishment medico dominante.

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12. IL GRANDE AFFARE DELLA CATTIVA SCIENZA

La vicenda dell’AIDS è davvero speciale perchè mai nella storia della medicina così tanto denaro è stato riversato su una singola malattia. Di anno in anno le somme raccolte per la lotta all’AIDS si moltiplicano, fino ad arrivare alla cifra di 6,1 miliardi di dollari solo nel 2004. 3334.

Con 100 miliardi di dollari già spesi nei soli Stati Uniti, è la più grossa impresa industriale, vicina a quella del dipartimento della Difesa. La vendita dei test HIV è diventata una fonte di immensi guadagni. Molti scienziati coinvolti nella ricerca sull’AIDS possiedono società che vendono test e hanno milioni di dollari in partecipazioni societarie. L’AIDS per questi individui è un affare estremamente remunerativo. I ricercatori e i medici che hanno carriere e stipendi legati al virus sono circa 100.000, in buona parte americani. I bilanci delle multinazionali del farmaco si accrescono di alcuni miliardi di dollari all’anno con la vendita dei farmaci antiretrovirali e dei test HIV. Organismi come USAID (U.S. Agency International Development), UNAIDS (United Nations AIDS program), WHO, ricevono stanziamenti annuali di centinaia e centinaia di milioni di dollari per combattere l’AIDS. Più di 1000 organizzazioni umanitarie raccolgono in totale centinaia di milioni di dollari all’anno per aiutare i malati di AIDS. Il problema non è quindi la crescita dell’AIDS, ma, per quanto paradossale e grottesco possa apparire, l’esatto contrario, la sua eventuale scomparsa. Sono ormai così imponenti gli interessi economici politici e burocratici legati al virus HIV che la sua morte prematura potrebbe sconvolgere parecchi equilibri. Così è una tragica ironia che proprio David Rasnik, scienziato che ha ideato gli inibitori della proteasi usati per la cura dell’AIDS, abbia dichiarato nel 1997: “Come scienziato che ha studiato l’AIDS per 16 anni, ho stabilito che l’AIDS ha poco a che fare con la scienza e che, fondamentalmente, non è nemmeno una questione medica. L’AIDS è un fenomeno sociologico tenuto in vita dalla paura, creato da una sorta di “maccartismo medico” che ha violato e mandato in rovina tutte le regole della scienza e che ha imposto a quella fascia di pubblico più vulnerabile una miscela di credenze e pseudoscienza” E la giornalista Joan Shenton ne ha spiegato i motivi : ” Quello che ho imparato in questi anni è che la comunità scientifica non è più libera. Oggi la scienza può essere comprata e le voci individuali di dissenso facilmente ridotte al silenzio a causa delle enormi somme di denaro convogliate nel proteggere l’ipotesi prevalente, per quanto sbagliata possa essere. La politica, il potere e il denaro dominano il campo della ricerca scientifica cosi estesamente che non è più possibile sottoporre a verifica una ipotesi divenuta dogma.” Su questo aspetto della cattiva scienza dell’AIDS malata di denaro, ci piace chiudere col sarcastico commento del premio Nobel Kary Mullis : “Un altro segmento della nostra società così pluralista – chiamiamoli medici/scienziati reduci dalla guerra perduta contro il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti – ha scoperto che funzionava. Funzionava per loro. Stanno ancora pagandosi le loro BMW nuove con i nostri soldi”

***

L’Autore desidera ringraziare tutti i ricercatori che hanno messo a disposizione il frutto del loro lavoro, (in particolar modo il virologo triestino Fabio Franchi) e che spesso hanno visto le loro carriere troncate dalle loro affermazioni.

COPYRIGHT – Il presente scritto è riproducibile in rete, in tutto o in parte, purchè non venga modificato e ne vengano sempre citati la fonte e l’Autore.

RIFERIMENTI

1 Intervista a Luca Rossi in “Sex Virus” – Feltrinelli

2 cfr. tra gli altri : T. McKeown – The Role of Medicine. Dream, mirage or nemesis? 1976,

T. P. Magill -The immunologist and the evil spirits – 1955 Journal of Immunology,

3 riportato in “Inventing the Aids Virus” Peter Dueberg – 1996

4 E. Papadopulos- Eleopulos et al. “Has Gallo proven the role of HIV in AIDS?” 1993

5 Cfr. “Ballando nudi nel campo della mente” di K.B. Mullis – Baldini e Castoldi, 2000.

6 “Rebuttal to the NIAID/NIH document” – Robert Johnston – co-fondatore di HEAL – Toronto; Mattew Irvin – co-fondatore di HEAL – Washington DC; David Crowe – presidente di Alberta Reappraising Aids Society

7 F. Franchi, “Alla ricerca del virus HIV”, in Leadership Medica – 1997

8 Intervista a Stephen Lanka, di M. G. Conlan in Zengers Magazine – San Diego – October 1998

9 “Does HIV cause Aids? The Duesberg critique” – K.L. Billingsley, in Heterodoxy, febb. 1993

10 ” Centers for Disease Control” Centri per il controllo delle malattie

11 F. Franchi, L. De Marchi “AIDS, la grande truffa” – ed. Seam 1996

12 “Inventing the AIDS virus”, P. Duesberg – 1996

13 World Health Organization – Organizzazione Mondiale della Sanità

14 Padian et al. – 1997

15 “AIDS, la grande truffa”, cit.

16 Aggiornamento 2004; Commissione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS – Ministero della Salute

17 “Are 26 million Africans dying of AIDS?” – Joan Shenton 1998

18 W.E.R. n. 47 -26 november 1999, e W.E.R. n. 47 – 24 november 2000

19 F. Franchi, L. De Marchi “AIDS, la grande truffa” – ed. Seam 1996

20 – W.H.O. Weekly Epidemiological Report – n. 49, 6 dicembre 2002

21 riportato in “AIDS, la grande truffa”, cit.

22 “How Africa became the victim of a non-existent epidemic of Hiv/Aids” – intervista di N. Hodgkinson

23 che proprio per questo motivo in Occidente stanno per essere accantonati

24 Concorde Coordinating Comittee, in Lancet, n. 343, 1994

25 Physician Desk Reference, 1994

26 Organizzazione gay negli U.S.A.

27 Giornale gay di New York

28 National Instutute of Healt

29 M. Bucchi – La scienza imbavagliata – ed. Limina 1998

30 riportato in “La scienza imbavagliata”, cit.

31 in “Nature”, 353, 1991

32 L. Checo Bianchi e G.B. Rossi in Nature, 362, 1993

33 dato fornito dal WHO, in ” AIDS Epidemic Update 2004″

34 Kary Mullis, “Il caso non è chiuso” – in “Ballando nudi nel campo della mente”, cit.

Teorie alternative sull’AIDS – bibiliografia ragionata

o INVENTING THE AIDS VIRUS (AIDS il virus inventato) Peter H. Duesberg – Ed. Baldini & Castaldi

Peter Duesberg è docente di biologia molecolare e cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in dubbio il dogma Hiv-Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme a livello epidemiologico, è stato emarginato da una comunità scientifica che ha tutto l’interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti. Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed obiezioni si è risposto che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” (Nature, 1993)

o La rivoluzione silenziosa della medicina del cancro e dell’AIDS Heinrich Kremer – Macro Edizioni

Con questo libro il dott. Kremer, medico di fama internazionale, propone la sua tesi sull’HIV, e lo fa in modo scientificamente verificabile. Egli ritiene sbagliata l’opinione “scientifica” secondo la quale un virus misterioso, fino ad ora non isolato da nessuno, causa la malattia denominata AIDS, e in questo suo lavoro dimostra la inaffidabilità di queste tesi.

o BALLANDO NUDI NEL CAMPO DELLA MENTE Kary Mullis, – 2000, Baldini & Castoldi

Uno scienziato geniale quanto atipico: il Nobel, conquistato in età relativamente giovane, gli ha consentito di dedicarsi con maggiore assiduità al suo hobby preferito, il surf tra le onde dell’oceano. Tra i vari capitoli del suo libro c’è l’appassionata difesa di Peter Duesberg nella lotta contro l’establishment dell’Aids.

o LA SCIENZA IMBAVAGLIATA Eresia e censura nel caso AIDS Massimiano Bucchi – Edizioni Limina

Cosa è successo a tutti quegli scienziati (tra cui alcuni premi Nobel, grandi virologi internazionali, ricercatori di fama mondiale) che hanno provato a dissentire sull’ipotesi dominante nel campo dell’aids? In questo scorrevole pamphlet Bucchi ci racconta come chiunque abbia dissentito, sottolineato contraddizioni e palesi falsità, sia stato messo all’indice, privato della parola, licenziato, emarginato, ricorrendo spesso all’insulto personale, alle minacce, all’isteria. E come i media abbiano ampiamente avallato questo sistema di censura della verità.


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La mente e il DNA

La nuova biologia rivela che noi “controlliamo” il nostro genoma,
anziché esserne controllati. Ciò spiega perché la gente può guarire spontaneamente da patologie ritenute permanenti.

tratto da: Scienza e Conoscenza

A spasso per il Campo con Bruce Lipton

a cura di Meryl Ann Butler

In questa nuova intervista Lipton approfondice dei temi già noti al lettore di Scienza e Conoscenza, approfondendo in maniera ancora più incisiva e comprensibile il legame tra cellule, credenze, stress e manifestazione della realtà.

Alla fine la risposta è: consapevolezza! Leggetelo attentamente: abbiamo forse un’altra opportunità?

Conduciamo la nostra esistenza in base a quello che riteniamo sia il nostro mondo, le nostre capacità e i nostri limiti. Che conseguenze avrebbe lo scoprire che queste credenze sono sbagliate? Che ogni cosa, dal DNA al futuro del nostro mondo, si basa su un semplice «Codice della realtà» che è possibile cambiare e migliorare a volontà?

MAB: Bruce, l’incontro tra il lavoro tuo e quello di Gregg Braden è davvero emozionante! Grazie per aver accettato di condividere alcuni tuoi pensieri con noi.

Dott. Bruce H. Lipton: Grazie, sono felice di partecipare!

MAB: Il punto di partenza del tuo libro, La biologia delle credenze, è che gli esseri umani non sono, come pensavamo prima, vittime dei loro geni, ma che l’ambiente ha un effetto diretto sul nostro DNA. Vorresti approfondire?

BL: Certamente. Fino a tempi recenti, si pensava che i geni fossero auto-attuativi, cioè potessero accendersi e spegnersi da soli. Come risultato, oggi la maggior parte delle persone si ritengono dei robot genetici, cioè che i geni controllano la loro vita. Le mie ricerche, invece, segnano l’inizio di una concezione radicalmente nuova della scienza cellulare. La nuova biologia rivela che noi “controlliamo” il nostro genoma, anziché esserne controllati. Oggi è riconosciuto che l’ambiente, e più precisamente le nostre percezioni o interpretazioni dell’ambiente, controllano direttamente l’attività dei nostri geni. Ciò spiega perché la gente può guarire spontaneamente da pato logie ritenute permanenti.

MAB: Allora è davvero il caso di parlare di «primato della mente sulla materia»?

BL: Sì, questa nuova concezione della biologia umana non considera il corpo un mero apparato meccanico, ma ingloba il ruolo della mente e dello spirito. Questa nuova prospettiva è fondamentale in ogni processo di guarigione, perché riconosce che quando cambiamo la nostra percezione o le nostre credenze, mandiamo messaggi totalmente diversi alle nostre cellule, provocando la loro riprogrammazione. Questa nuova scienza si chiama epigenetica. Esiste da sedici anni, ma solo ora il grande pubblico sta imparando a conoscerla. Per esempio, l’American Cancer Society è un’organizzazione che fa ricerca sui geni del cancro da circa cinquanta anni. Ebbene, questa società ha scoperto che solo circa il 5% dei casi di cancro ha legami con la genetica; il 95% non ha nulla a che fare con la genetica. Recentemente, l’American Cance r Society ha pubblicato una statistica dove si dice che il 60% dei casi di cancro si può evitare cambiando stile di vita e dieta. Quindi, oggi ci dicono: «Dipende dal tuo stile di vita, non dai geni».

MAB: Per cui l’agognata «fonte della giovinezza» potrebbe in realtà trovarsi dentro di noi?

BL: Dentro ognuno dei nostri corpi, in questo momento, ci sono miliardi di ceppi cellulari, cellule embrionali concepite per riparare o sostituire tessuti e organi danneggiati. Comunque, l’attività e il destino di queste cellule rigenerative sono epigeneticamente controllati. Ciò vuol dire che esse sono profondamente influenzate dai nostri pensieri e percezioni dell’ambiente. Quindi, ciò che pensiamo dell’invecchiamento può interferire o migliorare il funzionamento dei ceppi cellulari, provocando la nostra rigenerazione o il nostro declino fisiologici.

MAB: Che parte ha l’evoluzione in tutto ciò?

BL: Beh, come si è scoperto, Darwin aveva torto. La scienza di oggi ignora le teorie darwiniane basate sulle nozioni di lotta e competizione, anche se potrebbero volerci anni prima che questo fatto arrivi sui libri di testo. La cooperazione e la comunità sono in realtà i principi fondamentali dell’evoluzione, oltre che della biologia cellulare. Il corpo umano rappresenta lo sforzo cooperativo di una comunità di cinquantamila miliardi di cellule. Una comunità, per definizione, è un’organizzazione di individui impegnati a sostenere una visione comune. Jean-Baptiste Lamarck aveva visto giusto già cinquanta anni prima di Darwin. Nel 1809 egli scrisse che i problemi che avrebbero afflitto la società sarebbero venuti dal suo distacco dalla natura, e che ciò avrebbe provocato la dissoluzione della società. La sua concezione dell’evoluzione era che un organ ismo e il suo ambiente interagiscono in modo cooperativo. Se vuoi capire il destino di un organismo, devi capirne le relazioni con l’ambiente. Egli capì che la separazione dall’ambiente ci priva della nostra fonte. Aveva ragione. E se pensi all’epigenetica, ti rendi conto che oggi la teoria di Lamarck ha trovato dei fondamenti. Quando non si conoscevano processi che provassero le sue teorie, Lamarck sembrava uno stupido, anche perché credevamo all’idea neo-darwiniana secondo cui il corpo è soggetto al controllo genetico. Invece oggi la scienza più evoluta ci mostra che Lamarck aveva ragione, dopo tutto.

MAB: In che modo tutto ciò si ripercuote a livello cellulare?

BL: Le informazioni provenienti dall’ambiente vengono trasferite alla cellula attraverso la membrana cellulare. Prima pensavamo che il nucleo della cellula fosse il suo cervello. Ma nel 1985 ho scoperto che in realtà il cervello della cellula è la membrana. Il nucleo, come si è scoperto, è di fatto il centro riproduttivo. La membrana cellulare controlla le condizioni dell’ambiente e quindi invia segnali ai geni, per innescare processi che serviranno alla sua sopravvivenza. Nel corpo umano, il cervello invia messaggi alla membrana cellulare per controllare il comportamento e l’attività genetica della cellula. È così che la mente, tramite il cervello, controlla la nostra biologia. Per esempio, una disciplina importante nelle scienze della salute è la psiconeuroimmunologia. Letteralmente, questo termine significa: la mente (psico) c ontrolla il cervello (neuro) che a sua volta sovrintende al sistema immunitario (immunologia). È così che funziona l’effetto placebo! Quando la mente percepisce l’ambiente come sicuro e amichevole, le cellule si focalizzano sulla crescita. Le cellule devono svilupparsi affinché il corpo continui a funzionare in modo sano. Al contrario, in situazioni di stress, le cellule assumono un atteggiamento di difesa protettiva. Quando ciò accade, le risorse energetiche del corpo, normalmente impiegate per sostenere la crescita, vengono dirottate a questi sistemi che forniscono protezione. Il risultato è che in un sistema stressato i processi di crescita sono limitati o sospesi. Nei casi di stress acuto (breve) l’organismo è in grado di adattarsi, mentre uno stress cronico o prolungato è debilitante, perché le richieste energetiche del corpo interferiscono con la manutenzione richiesta, e ciò porta a patologie e disfunzioni. Per esempio, la paura che si è diffusa negli Stat i Uniti dopo l’undici settembre ha avuto un effetto devastan! te sulla salute dei nostri cittadini. Ogni volta che il governo lancia l’allarme per un nuovo possibile attacco terroristico, la paura da sola fa sì che gli ormoni dello stress frenino la nostra biologia e si preparino a una risposta di difesa. In seguito all’attacco al World Trade Center, la salute del Paese è caduta a picco e i profitti delle aziende farmaceutiche sono saliti alle stelle (registrando un aumento del 100% in meno di cinque anni!). Quel sistema di allarme basato sul codice colorato, poi, è causa di un’altra grave conseguenza. In stato di paura, gli ormoni dello stress modificano il flusso del sangue nel cervello. In situazioni normali, il sangue fluisce al cervello concentrandosi soprattutto nel proencefalo, la sede del controllo conscio. In condizioni di stress, le vene del proencefalo si restringono, costringendo il sangue a dirigersi verso il romboencefalo, il centro dei riflessi inconsci. In poche parole: quando abbiamo paura, diventiamo più reattivi e meno intelligenti.

MAB: Nel tuo seminario hai parlato di come riceviamo l’informazione dello stress. Potresti approfondire l’argomento?

BL: Certamente. La principale fonte del segnale di stress è la voce centrale del sistema, la mente. La mente è come il conducente di un veicolo. Se siamo bravi a gestire il nostro comportamento e le nostre emozioni, possiamo aspettarci una vita lunga e produttiva. Al contrario, i comportamenti improduttivi e una gestione inadeguata delle emozioni sono come un conducente maldestro che stressa il veicolo cellulare, interferendo con il suo funzionamento e provocando un collasso. L’informazione dello stress può arrivare alla cellula dalle due menti separate che formano la voce centrale che controlla il corpo. La mente conscia (auto-consapevole) è l’io pensante, la mente creativa che esprime il libero arbitrio. È l’equivalente di un processore a 40 bit, perché può gestire le in formazioni provenienti da circa 40 nervi al secondo. Per contro, la mente inconscia è un supercomputer provvisto di un database di comportamenti pre-programmati. È un potente processore a 40 milioni di bit, che interpreta e risponde a più di 40 milioni di impulsi nervosi al secondo. Alcuni programmi derivano dalla genetica: sono i nostri istinti. Tuttavia, la grande maggioranza dei programmi inconsci vengono acquisiti attraverso le nostre esperienze di apprendimento. La mente inconscia non è la sede del ragionamento o della consapevolezza creativa; è un meccanismo rigido di reazione agli stimoli che funziona «in playback». Quando dall’ambiente viene percepito un dato segnale, la mente inconscia attiva per riflesso una reazione prestabilita. Non è affatto necessario pensare! Il risvolto pericoloso del pilota automatico è che i comportamenti inconsci sono programmati per avvenire senza il controllo, o l’osservazione, dell’io conscio. I neuroscienziati hanno scoperto che il 95% – 99% del nostro comportamento è sotto il controllo d! ella men te inconscia. Di conseguenza, è raro che noi osserviamo questi comportamenti, e ancora di più che ne siamo consapevoli. La tua mente conscia percepisce che sei un bravo conducente, ma è l’inconscio che per la maggior parte del tempo tiene le mani sul volante. E l’inconscio può condurti alla rovina. Siamo stati educati a credere che usando la forza della volontà possiamo annullare i programmi negativi del nostro inconscio. Sfortunatamente, per fare questo, è necessario mantenere una vigilanza costante sul proprio comportamento. Non esiste nell’inconscio un ente osservante che analizzi i comportamenti “pre-registrati”. L’inconscio è un meccanismo che agisce esclusivamente «in playback». Di conseguenza, non viene fatta alcuna distinzione tra comportamento inconscio buono e cattivo: sono tutte “registrazioni”. Non appena la tua consapevolezza viene meno, la mente inconscia mette automaticamente in atto i suoi programmi preregistrati, basati sull’esperienza.

MAB: Come abbiamo acquisito i nostri programmi inconsci, in primo luogo?

BL: Il cervello prenatale e neonatale opera prevalentemente alle frequenze EEG delta e theta, nei primi sei anni della nostra vita. Questo modesto livello di attività cerebrale è definito come lo stato ipnagogico. Quando si trova in questa trance ipnotica, al bambino non vanno insegnati direttamente comportamenti specifici. Egli acquisisce il suo programma comportamentale semplicemente osservando i genitori, i fratelli, i coetanei e gli insegnanti. Inoltre, l’inconscio di un bambino “scarica” dall’esterno anche credenze relative a se stesso. Quando un genitore o un insegnante dice a un bambino piccolo che sta male, è stupido, cattivo o buono a nulla, queste informazioni vengono “scaricate” come un dato di fatto nell’inconscio del bambino. Tali credenze acquisite costituiscono la voce centrale che controlla il destino d ella comunità cellulare del corpo.

MAB: Certo, è piuttosto deprimente! Mi sembra che la nostra mente inconscia sia come un pezzo di criptonite verde del pianeta natale di Superman, ovvero l’unica cosa che può privarlo dei suoi superpoteri. La criptonite è simile alle fondamenta rocciose dell’infanzia. Come hai detto in precedenza, l’inconscio non è cattivo per natura… E nemmeno la criptonite lo è. Tuttavia, è attraverso questi canali che la programmazione ricevuta nell’infanzia ci limita nell’età adulta, derubandoci – giudicando da ciò che dici – dei nostri superpoteri! Molte persone si sentono vittime bloccate e impotenti, nonostante il fatto che le loro intenzioni consce siano focalizzate sul successo. Così arriviamo alla domanda decisiva: in che modo è possibile riprogrammare l’inconscio?

BL: Per modificare la “registrazione” di un comportamento, devi spingere il pulsante record e ri-registrare il programma che contiene i mutam enti desiderati. Ci sono molti modi per fare ciò sulla mente inconscia. Innanzitutto, possiamo diventare più consapevoli di noi stessi e fare meno assegnamento sui programmi inconsci automatici. Quando siamo più consapevoli, diventiamo padroni del nostro destino, anziché vittime della nostra programmazione. Questo cammino è simile allo stato di presenza dei buddhisti. Secondo: l’ipnoterapia clinica affronta direttamente i problemi nello stato ipnagogico. Inoltre, possiamo usare molte nuove tecniche psico-energetiche che provocano una rapida e profonda riprogrammazione delle credenze inconsce limitanti. Queste sono forme di Superapprendimento che aprono e integrano entrambi gli emisferi del cervello allo stesso tempo, permettendoci di riscrivere i nostri programmi inconsci. Usando questi processi, che dal punto di vista meccanico sono simili allo spingere il pulsante record nel registratore dell’inconscio, siamo in grado di liberarci dalle percezioni limitanti, le cr edenze e i comportamenti auto-sabotanti. Tra le tecniche! di lavo ro sull’energia psichica, vi sono Psych-K, Holographic Repatterning, EFT (Emotional Freedom Techniques, Tecniche di rilascio emozionale), EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari) e Body Talk (Parlare al corpo).

MAB: Poiché costruisco labirinti, so che molte persone sperimentano pace e benessere profondi semplicemente camminando in un labirinto, oltre a un senso di atemporalità, come in uno stato alterato o ipnagogico. Molte guarigioni spontanee sembrano un risultato diretto della camminata nel labirinto, e io stessa ho avuto esperienze di guarigione e di eccezionale benessere. Secondo te, anche questa potrebbe essere una tecnica per riprogrammare l’inconscio?

BL: Credo che qualsiasi processo che espanda la consapevolezza di sé e ci permetta di osservare e interagire con il nostro inconscio apra la porta alla trasformazione. Grazie alla consapevolezza, possiamo attivamente trasformare la nostra vita per colmarla di amore, salute e prosperità. L’uso di queste nuove tecniche di “soprascrittura” fornisce un modo per comunicare con le cellule del tuo corpo ed è un ponte verso la biologia trasformativa e la p sicologia.

MAB: È stato meraviglioso. Grazie, Bruce, per aver condiviso le tue intuizioni!

BL: Grazie, mi sono divertito!

Gregg Braden e Bruce Lipton stanno aprendo la via alla consapevolezza della nostra interconnessione con il Campo Quantistico, guidandoci verso un sapere nuovo ed emozionante. Anche il modo di presentarsi di questa dinamica coppia è significativo: Gregg e Bruce sono l’esempio vivente della cooperazione da loro stessi predicata! Essi presentano il loro lavoro in una danza sinergica perfettamente armonizzata, mentre le due distinte braccia delle loro scienze convergono, è il caso di dirlo, al cuore.

FONTE:

www.scienzaeconoscenza.it

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I benefici della pulizia intestinale

LA PRATICA DELL’ENTEROCLISMA

Poichè ritengo che la pratica della pulizia intestinale sia di grande aiuto per una serie di malattie e disturbi dovuti all’alimentazione onnivora, riporto qui un articolo di Alessandro Bevilacqua che fino a poco tempo fa  era disponibile in rete e adesso è introvabile.

L’ho rimaneggiato in diversi punti, per rendere la comprensione più immediata e semplificare al massimo l’esecuzione della pratica.

Che cos’è?

Il clistere è una pratica salutare molto utile citata per la prima volta in un documento egizio che risale a 3500 anni fa, è delicato e permette di pulire il colon in brevissimo tempo. Per farsi un clistere occorre l’apposito sacco che si acquista in farmacia; bisogna usare la cannuccia piccola perchè quella grande serve per fare le irrigazioni vaginali.

Quante volte deve essere effettuato?

In genere sono sufficienti enteroclismi a giorni alterni per ripulire abbastanza bene le pareti intestinali, poi lo si può effettuare tutte le volte che se ne sente il bisogno.

Come viene effettuato un enteroclisma?

Usare due litri di acqua (possibilmente filtrata e priva di cloro),  scaldarla fino ad una temperatura leggermente superiore a quella corporea, aggiungere un cucchiaio di sale marino integrale oppure di bicarbonato di sodio e scioglierlo.

Appendere il sacco dell’enteroclisma in posizione elevata, collegare la cannula, chiudere il rubinetto, applicare il beccuccio sottile all’imboccatura a vite. Versare l’acqua calda e farne fuoriuscire una piccola quantità per eliminare l’aria della cannula.

A questo punto è tutto pronto. Si può ungere leggermente il beccuccio o l’ano con del gel di aloe, per facilitare l’introduzione del beccuccio.

Mettere sul pavimento un asciugamano per assorbire eventuale acqua persa e sdraiarsi a terra sotto la sacca in modo che arrivi agevolmente la cannuccia.

La posizione migliore è sdraiati sul fianco sinistro.

esistono controindicazioni?

la pratica dell’enteroclisma non  deve essere fatta se vi sono patologie in fase emorragica, ovvero se viene perso del sangue con le feci. Nel caso di ernie voluminose della parete inguinale, non operate. Recenti interventi chirurgici al colon o al retto. Malattie degenerative del colon

Al di là di questi casi specifici, se la pratica viene effettuata come descritto non esistono controindicazioni di sorta e i risultati sulla motilità intestinale saranno immediati.

Nei primissimi giorni potrebbe comparire un lieve mal di testa frontale e la lingua potrebbe presentarsi più patinata del solito: è tutto normale e non c’è da spaventarsi. Per facilitare lo scioglimento delle incrostazioni fecali è utilissimo assumere per tutto il periodo psillio con abbondante acqua. Inoltre è fondamentale avere un’alimentazione molto ricca di frutta e verdura fresca.

A chi fa bene?

Possiamo dire che oggi sono poche le persone che non ne hanno bisogno. Risulta particolarmente indicato per chi soffre di problemi intestinali o di disturbi che possono essere correlati a un cattivo funzionamento del colon: una delle indicazioni principali è la stitichezza che viene risolta pulendo a fondo l’intestino e ripristinandone la normale funzionalità.

È vero che sgonfia la pancia?

Sì. Il lavaggio del colon è efficace anche contro meteorismo e gonfiori, due disturbi provocati dalla disbiosi (alterazione della flora intestinale). In pratica, la pancia si “gonfia” perché le feci fermentano e ristagnano, determinando un assorbimento di sostanze tossiche da parte dell’organismo. Il lavaggio interviene proprio liberando il colon da queste sostanze, ossigenandolo e ricreando così l’ambiente naturale originario.

Può far bene alla pelle?

Certamente. Intestino e pelle sono organi intimamente legati, perciò questo il trattamento si riflette subito sulla superficie cutanea. La pelle, infatti, è come una spugna e, tra i suoi compiti, ha anche quello di aiutare i reni ad eliminare le tossine dell’organismo; se queste sono in eccesso, la pelle ne risente sviluppando infezioni cutanee, acne e psoriasi.

Effetti benefici

Gli effetti benefici della pulizia del colon eseguita durante il processo di Disintossicazione Naturale si manifestano in vario modo: sensazione di grande benessere risultante dall’eliminazione del muco, del gas, di particelle alimentari non digerite e di tossine dell’intestino.

Sensazione di leggerezza causata dall’azione dell’acqua calda, dal massaggio addominale e dalla liberazione della mucosa intestinale. Un miglioramento degli edemi, degli stati infiammatori locali e dei tessuti del colon, è ottenuto grazie all’eliminazione delle sostanze irritanti per mezzo dell’azione diretta dell’acqua fredda, che contemporaneamente esercita un effetto di stimolazione della peristalsi intestinale.

Sovente si osserva una perdita di peso e uno snellimento della figura nelle persone appesantite e un aumento di peso nelle persone magre poiché viene restaurato l’equilibrio tra eliminazione e assimilazione. L’aumento del tono addominale è di regola l’inizio della cura.

Le cistiti, l’ovarite e la dismenorrea migliorano e a volte si ottiene una guarigione definitiva dopo il processo. Viene pure constatato un miglioramento della funzione renale, dello stato generale e del funzionamento del tubo digerente.

Si può ricorrere all’enteroclisma anche quando si manifestano i primi sintomi di raffreddore o di influenza.  La pulizia intestinale elimina le tossine (che spesso sono la vera causa della febbre) ed allevia in maniera rapida e sorprendente i sintomi della malattia.

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Ewa Kopacz, il ministro che vorremmo.

kopacz
L’epidemia è una bufala ed il vaccino una truffa.


Finalmente un Ministro della Sanità coraggioso si schiera contro la truffa dell’influenza A, senza usare mezzi termini. Ecco l’intervento che Ewa Kopacz, medico e ministro della Sanità in Polonia, ha rilasciato in parlamento:

Vorrei dire che la mia priorità durante i miei vent’anni di pratica medica è sempre stata “prima di tutto non fare del male”. Ho portato con me questa regola al Ministero della Sanità. Se mi dovessi trovare nella situazione di raccomandare un farmaco a qualcuno, credo come ogni altro medico, penserei: darei questo farmaco alla mia anziana madre, oppure a mio figlio? E’ esattamente questo modo di ragionare che mi rende estremamente cauta e mi spinge sempre a compiere doppie verifiche su qualsiasi informazione che riguardi un farmaco che il Ministero della Salute si accinge a raccomandare ad ogni cittadino polacco, a milioni di cittadini polacchi che non hanno la preparazione, nel campo della medicina, che ha un ministro e che ha un esperto, il professor Brydak, che ha lavorato sull’influenza per oltre 40 anni.

Il professor Brydak lavora in uno dei 189 centri di ricerca sull’influenza sparsi in tutto il mondo. Uno di questi è proprio in Polonia. Chi potrebbe dunque accusarci di non avere sufficienti conoscenze sull’influenza? E’ possibile dubitare dell’opinione di un professore che ha lavorato sull’influenza per oltre 40 anni, e non certo su un solo tipo di influenza, e che ha pubblicato centinaia di articoli sulla materia? Ho più che altro una sola fondamentale domanda: vogliamo combattere la pandemia di influenza?

Oggi conosciamo bene gli accordi che altri, i governi di paesi più ricchi del nostro, hanno stipulato con i produttori di vaccini. Sappiamo anche cosa è stato proposto alla Polonia. Le trattative sono in corso e non posso parlarne adesso, ma posso dire una cosa: il nostro dipartimento legale ha trovato almeno 20 punti dubbi in questi accordi. Ora, qual è il dovere di un Ministero della Sanità? Concludere accordi che facciano l’interesse dei cittadini oppure siglare accordi che facciano l’interesse delle case farmaceutiche?

So che ci sono tre vaccini disponibili oggi sul mercato, realizzati da tre produttori diversi. Ognuno di loro ha una differente quantità di sostanze attive, non è strano che siano trattati tutti alla stessa stregua? Non è dunque ragionevole che il Ministero della Salute e i suoi esperti nutrano alcuni dubbi in proposito? E’ possibile che uno di questi, magari quello con una quantità inferiore di sostanze attive, sia solo acqua fresca, alla quale attribuiamo il potere di curare l’influenza? Dovremmo pagare per questo? Abbiamo già altri esempi: la Germania ha acquistato 50 milioni di dosi, di cui solo il 10% è stato finora utilizzato. Solo il 13% dei tedeschi vuole assumere questa cura miracolosa subito, ma è un dato fortemente atipico perché i tedeschi hanno una percentuale di cittadini che si vaccinano molto alta, cioè se in Polonia si vaccinano 52 persone ogni 1000 abitanti, in Germania lo fanno in 238, ovvero il 23%. Quindi, come mai solo il 13% dei tedeschi vuole farsi iniettare il vaccino contro la suina e non il 23% come accade solitamente per l’influenza stagionale? Il loro governo ha comprato il vaccino, lo ha reso disponibile gratuitamente e loro non lo vogliono? Cos’è successo? Questo dato potrebbe indurci ad un ripensamento sull’acquisto del vaccino, un farmaco pressoché segreto, oppure no?

Ci sono siti web nei quali i produttori di vaccini sono obbligati a pubblicare gli effetti collaterali della vaccinazione. Le vaccinazioni in Europa sono iniziate il 1° di ottobre 2009. Vi invito a visitare uno qualsiasi di questi siti web e a trovare un qualsiasi effetto collaterale indesiderato. Cercate la conseguenza più trascurabile, trovatene anche solo una, come una piccola reazione allergica sulla pelle. Può succedere anche utilizzando il farmaco più sicuro al mondo. Non esiste un solo effetto collaterale: hanno inventato il farmaco perfetto! E, visto che il farmaco è così miracoloso, come mai le società che lo producono non vogliono introdurlo nel mercato libero e assumersene la completa responsabilità? Perché non dicono “Meraviglioso! E’ un farmaco totalmente sicuro, quindi me ne assumerò io la responsabilità, lo metto sul mercato e tutto sarà chiaro e trasparente”, invece di addossare questo peso sulle nostre spalle, le spalle degli acquirenti?

Non abbiamo risultati di test clinici, nessun elenco di ingredienti e nessuna informazione sugli effetti collaterali. I vaccini sono arrivati al quarto stadio di controllo – controlli molto brevi a dire il vero – e ancora non abbiamo queste informazioni. Inoltre, il controllo sulle persone è stato molto piccolo: un tipo di vaccino è stato testato solamente su 160 volontari tra i 20 e i 60 anni, non infetti. Un altro tipo di vaccino è stato testato su 600 volontari tra i 18 e i 60 anni, tutti in perfetta salute. E’ un buon metodo questo? Mi rivolgo specialmente ai dottori presenti in questa sala: per me non è abbastanza sicuro. Io voglio essere molto sicura nel raccomandare questo vaccino. E’ una nostra competenza: durante la fase di negoziazione dobbiamo prenderci il tempo che ci serve ed utilizzarlo per scoprire quanto più possibile su questo farmaco. Poi, se la commissione sulla pandemia accetterà il vaccino, allora e solo allora lo compreremo.

Inoltre, ci sono 1 miliardo di persone con l’influenza stagionale ogni anno in tutto il mondo. Un milione di persone muoiono ogni anno, sempre per l’influenza stagionale, su scala mondiale. Non sono statistiche di un anno o due, ma dati raccolti in anni ed anni di osservazioni. E’ mai stata annunciata una pandemia a causa dell’influenza stagionale? Tra l’altro, l’influenza stagionale è molto più pericolosa di quella suina: causa molti più decessi e complicazioni più gravi. E’ mai stata dichiarata una pandemia per questo? A quelli che mi spingono a comprare il vaccino voglio chiedere: come mai non avete gridato e sbraitato l’anno scorso, due anni fa e nel 2003? Nel 2003 abbiamo avuto 1 milione e 200mila polacchi con l’influenza stagionale. In quell’occasione, per caso qualcuno in quest’aula ha gridato “Compriamo il vaccino per tutti!”? Non riesco a ricordarmene.

Da ultimo vorrei dire una cosa. Lo Stato polacco è molto saggio, i polacchi sanno distinguere la verità dalle balle con molta precisione. Sono anche in grado di distinguere una situazione oggettiva da una truffa.

Ewa Kopacz (Ministro della Sanità)

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Basta disinformazione, professor Garattini!

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Lettera aperta all’Istituto di Farmacologia “Mario Negri”, alla Società Italiana di Farmacologia e ai principali organi di informazione italiani

di Simonetta Bernardini - Presidente SIOMI

Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata

L’antefatto. La cronaca di questi giorni ci sta ricordando la storia di un bimbo di sei anni affetto da fibrosi cistica, morto tre anni fa forse (ma questo dovrà appurarlo la magistratura) per errori terapeutici. Nella vicenda apprendiamo essere coinvolto un medico esperto in medicina ayurvedica. Il Prof. Garattini, nei suoi commenti sui giornali e alle televisioni, non ha perso occasione per fare di tutta l’erba un fascio, accomunando la medicina ayurvedica e quella omeopatica e classificando l’omeopatia come una medicina alternativa, priva di evidenze scientifiche. Ma cosa c’entra in questa dolorosa vicenda l’omeopatia?

Quando un medico della medicina ufficiale (convenzionale, classica o biomedicina come la si voglia definire) sbaglia, a sbagliare è il medico non la medicina. E questo purtroppo succede più di quanto si pensi. I medici americani sono molto più onesti, ammettendo che la medicina ufficiale e i suoi errori terapeutici e gli effetti mortali dei suoi farmaci costituiscono la terza causa di morte dei pazienti americani. E questo fa 750.000 morti l’anno. Statistiche che il Professore sicuramente conosce.

Quando un medico (e questo oltretutto ci risulta accada molto raramente) delle medicine complementari sbaglia, a sbagliare secondo Garattini non sarebbe neanche il medico. E’ sbagliata la medicina, la si deve buttare via, la si bruci sui roghi, la si esponga al pubblico linciaggio. Non solo: già che ci siamo approfittiamo di un triste fatto di cronaca, di un eventuale caso di malpractice della medicina, per buttarcele tutte sul rogo, in primis l’omeopatia, tutte le medicine che Garattini vorrebbe “alternative” alla biomedicina. Tutto da buttare? Secondo Garattini, si. Non importa se esse sono difese finanche dalla organizzazione Mondiale della Sanità, se sono medicine ufficiali in molte parti del mondo, se sono erogate dai servizi sanitari pubblici, se sono a disposizione negli ospedali, se la letteratura scientifica ne conferma l’efficacia. Sarebbe questa la corretta informazione da parte di un Ente che ha il dovere di informare ma certo non il diritto di disinformare?

Garattini afferma che “quando gli studi sono fatti bene si dimostra che in questi farmaci non c’è nessuna efficacia”. Non solo questo non è vero, ma quanti studi “fatti bene” hanno dimostrato l’efficacia di farmaci della biomedicina dei quali si è poi dimostrata, viceversa, l’inefficacia? Dei quali poi si sono contate, purtroppo anche a migliaia le vittime?

In nome di una corretta informazione la Società Italiana di Omeopatia e medicina Integrata ribadisce, ancora una volta, i concetti su cui basa una corretta visione di Medicina Integrata.

La SIOMI associa più di 1300 medici esperti anche in omeopatia, il 75% di essi lavora nel servizio pubblico, in Università, negli ospedale, nella pediatria e medicina di famiglia. Questi medici hanno scelto di avvalersi anche delle terapie omeopatiche poiché la biomedicina da sola non basta a curare le persone ammalate. Se fosse bastata, nessuno di loro avrebbe avuto bisogno di cercare ulteriori strumenti di cura. I cittadini che ricorrono all’omeopatia in Italia sono più di nove milioni di persone e più del 90% di essi (dati ISTAT) dichiarano di essere soddisfatti dei risultati. Se la biomedicina avesse risolto i loro mali non avrebbero cercato altre opportunità terapeutiche.

La pratica della medicina omeopatica deve essere affidata a medici preparati i quali devono utilizzarla a fianco della biomedicina, nei casi in cui essa si è dimostrata utile a migliorare le possibilità di guarigione dei cittadini e a diminuire gli effetti collaterali dei farmaci chimici. Questo atteggiamento del medico non ha niente di alternativo, infatti si parla, più opportunamente, di medicine complementari e di Medicina Integrata. Nel modello di Medicina Integrata promosso da dieci anni in Italia dalla SIOMI la medicina non deve privare i cittadini di farmaci salvavita e di ogni strumento diagnostico e terapeutico frutto del progresso scientifico, ma essa non deve ignorare altre tecniche terapeutiche complementari, e questo nell’interesse dei cittadini, con il fine ultimo di migliorare le opportunità di cura e di guarigione delle tante malattie croniche nei confronti delle quali la biomedicina dispone purtroppo di strumenti spesso inappropriati e inefficaci.

Non è vero, come vorrebbe far credere il prof. Garattini che la medicina omeopatica non ha evidenze di efficacia. Le conferme di efficacia sono sempre di più ed è ora che a queste ricerche vengano finalmente destinati adeguati finanziamenti. La rivista internet “Omeopatia33″ che SIOMI gestisce per l’Editore Elsevier (lo stesso editore per cui scrive il prof. Garattini) recensisce settimanalmente le evidenze di efficacia delle cure omeopatiche provenienti dalle ricerche internazionali.

Sulle medicine complementari non è più il tempo dei dialoghi fra sordi: si apra il Mario Negri ad un confronto culturale aperto, onesto e non preconcetto, poichè la guerra tra medicine, se è utile a chi avesse a cuore la difesa di un potere dominante in medicina, certamente non è utile alla salute dei cittadini.

Simonetta Bernardini
Presidente SIOMI
Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata

Sito internet: www.siomi.it
E-mail: s.bernardini@siomi.it


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Baaria e l’ipocrisia del borghese carnivoro

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Sta suscitando grande scalpore la notizia che in una scena di Baaria il regista Tornatore abbia deliberatamente fatto ammazzare un bue di fronte alla macchina da presa, invece di ricorrere agli effetti speciali, come si usa ormai nei “paesi civili”.

Questo è stato possibile perché in Tunisia, dove è stato girato gran parte del film, la legislazione in materia è estremamente più permissiva.

Così adesso si annunciano grandi proteste da parte delle associazioni animaliste, mentre su Facebook è partita una campagna di boicottaggio del film.

Ed è proprio qui che mi voglio soffermare. La maggior parte delle persone che mi hanno ripetutamente invitato al boicottaggio ammettono candidamente di non essere vegetariani, alcuni addirittura di non poter nemmeno immaginare la loro vita senza la bistecca o l’hamburger.

Quello che li turba, o forse soltanto disturba, è il fatto che le immagini del film siano vere. Un bue viene ammazzato in presa diretta, per esigenze di spettacolo. Ed anche se è quello che ogni giorno avviene in maniera molto più crudele, su scala industriale, in tutte le città dei paesi “civilizzati”, non si pongono il problema. Sono turbati, però non vogliono rinunciare alla bistecchina giornaliera.

L’importante è non vedere, non sapere. Meglio continuare e fare finta che le bistecche gonfie di ormoni ed antibiotici che compriamo al supermercato nascano così, già affettate e incellofanate.

Del fatto che migliaia di animali vengano macellati, evitiamo di parlarne. Ci disturba l’appetito. Tanto c’è sempre qualcun altro che lo farà al posto nostro. Come le guerre, d’altronde.

La realtà invece è questa, e chi sceglie una alimentazione carnivora ne è totalmente corresponsabile: www.youtube.com/watch?v=eJSzmZ7PA1I (attenzione: è un video raccapricciante!)

E’ fuor discussione che Tornatore abbia sbagliato. In un film costato oltre 30 milioni di euro, sarebbe stato certamente possibile sostituire la scena dal vero con dei sapienti effetti speciali, risparmiando la vita di una povera bestia (che sarebbe stata comunque macellata qualche giorno dopo).

< Però Tornatore ha soprattutto la colpa di aver mostrato (in maniera edulcorata e cinematografica) quello che succede nei macelli di tutte le città del mondo. Dove ogni giorno migliaia di animali sono sterminati in modo decisamente peggiore, per fornirci una alimentazione inutile e dannosa.

E allora? Di cosa stiamo parlando? Chi o che cosa vogliamo boicottare?

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Perché c’era già il vaccino prima della pandemia?

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Un articolo davvero inquietante del dott. Attilio Speciani sul sito Eurosalus:

H1N1: perché c’era già il vaccino prima della pandemia?

Confrontiamo due date certe. Il 24 aprile 2009 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) emetteva il primo bollettino ufficiale sulla influenza H1N1.

Venivano descritti i primi casi negli USA e in Messico e il virus era presentato come un virus assolutamente nuovo, non mai rintracciabile nell’uomo né nel maiale fino ad allora, anche se la sua mutazione e la sua nascita sembrano essere avvenute grazie al passaggio attraverso il suino.

Questo avveniva il 24 aprile del 2009, cioè pochi mesi fa, e il virus allora identificato era ed è un virus definito potenzialmente pericoloso, ignoto nelle sue possibili azioni e da seguire con estrema attenzione. Nel giro di poche settimane sul sito dell’OMS si sono aperte indicazioni e precisazioni relative alla difficoltà di creare vaccini, di arrivare in tempo a predisporre la vaccinazione per tutti prima dell’autunno (sembra che dell’altro emisfero, quello sotto, che sviluppa le influenze durante le nostre primavere, interessi poco a tutti..) mentre si sviluppava il montaggio mediatico della paura necessaria per vendere.

Interessante notare che da subito, fin dal primo report dell’OMS il virus veniva definito resistente ad antivirali quali l’amantadina (basso costo, vecchio prodotto) ma ben sensibile all’oseltamivir (le cui fortune sono cresciute grazie alla bufala dell’influenza aviaria).

Ed ecco l’altra data certa:  il 4 febbraio 2009 la FDA, l’ente governativo di controllo su alimenti e farmaci, notificava in modo ufficiale il ritiro dal mercato di 5 lotti di un vaccino contenente H1N1 prodotto dalla ditta Novartis.

Le motivazioni del ritiro sono proprio legate ad un decadimento degli antigeni virali, cioè ad una inadeguata stabilità nella loro preparazione, e i lotti ritirati sono lotti che sarebbero scaduti nel maggio 2009, prodotti quindi, con ogni probabilità intorno al maggio del 2008. Certo, come riportato su Morbidity & Mortality Weekly Report del 17 luglio 2008, si trattava di antigeni virali H1N1 del sottotipo Brisbane, sottilmente diversi da quelli delle isole Salomone dove forse il virus girava fin dall’anno prima, ma si tratta di differenze minimali, legate alla continua mutazione del virus, mantenendo comunque le caratteristiche di vaccino per l’influenza H1N1. Per chiarirci: nello stesso lotto ritirato erano presenti anche antigeni per la H5N1 (l’aviaria…), indicati come vaccini per l’aviaria indipendentemente dal sottotipo.

Significa cioè che nel maggio 2008, almeno 10 mesi prima che si ammalasse di H1N1 il primo essere umano, una delle ditte farmaceutiche connesse con Big Pharma, vendeva e faceva già utilizzare in una preparazione trivalente il vaccino contro il virus H1N1 che doveva diventare noto all’umanità solo nei primi mesi del 2009. Si tratta di santi, protettori dell’umanità che hanno evitato di palesarsi per eccesso di pudore o si tratta di uno studio di marketing coordinato da tempo?

Riflettiamo:

  • 24 aprile 2009 primi casi di influenza H1N1, virus nuovo mai prima conosciuto (a detta dell’OMS)
  • 4 febbraio 2009 (80 giorni prima) ritiro di vaccini già in uso da quasi un anno contenenti H1N1 (prodotti da chi oggi si pone sul mercato in anticipo sui concorrenti…)

Perché un vaccino era già pronto, miscelato insieme ad altri, prima che scoppiasse il primo caso di influenza?

Perché i responsabili di Novartis, quando l’OMS ha iniziato a discutere delle difficoltà di arrivare in tempo alla produzione dei nuovi vaccini, non hanno gridato al mondo che loro lo avevano già in mano ancora prima che scoppiasse l’epidemia?

Sono due domande importanti per decidere di chi dovremo fidarci da qui in futuro.

Se si legge correttamente la sequenza di eventi commerciali che hanno portato oggi il marketing vaccinale ad un livello commerciale spropositato si possono trarre le conclusioni del caso. Nel bellissimo articolo di Maurizio Ricci apparso nei giorni scorsi su Repubblica.it viene descritta la sequenza di eventi che ha portato oggi GlaxoSmithKline, Novartis, Astra Zeneca e Sanofi Aventis ad essere i gestori quasi monopolistici del mercato vaccinale nel mondo.

Spero che altri affronteranno il tema economico e commerciale legato a questa tristissima vicenda. Non è stato semplice risalire alle fonti originali che invece tutti possono leggere nei link interni a questo articolo. Alcuni siti online riportavano la notizia ma senza risalire alla fonte originale della FDA, organo ufficiale che aveva ordinato il ritiro dal commercio.

Io ne considero gli aspetti etici e quelli sanitari. Se il mio sospetto è vero ci troveremo con una spinta feroce al consumo vaccinale a partire dalle prossime settimane, e dovremo aspettarci possibili effetti negativi legati alla somministrazione di vaccini molto probabilmente inutili. Si tratta di danni previsti e prevedibili ma negati da chi invece di occuparsi di salute preferisce concentrarsi sui benefici economici che ne derivano.

Continuerò a credere nella Medicina. Continuerò a credere che il marketing possa aiutare la Medicina e il suo sviluppo, ma non posso pensare che la medicina si asserva al marketing, diventando strumento di sofferenza e di induzione di malattia anziché di sviluppo di salute e di crescita individuale e sociale.

Attilio Speciani

http://www.eurosalus.com/notizie/ultime/h1n1-perche-cera-gia-il-vaccino-prima-della-pandemia.html

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